Mercati private: il “so di non sapere” dell’House of Lords britannica

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La House of Lords britannica punta l’indice sulle «incognite sconosciute» dei mercati private. È stato pubblicato in questi giorni un report proveniente dalla camera alta del Parlamento di Sua Maestà che si sofferma su un tema attualmente in discussione dai regulator di tutto il mondo: il rapporto del sistema bancario tradizionale con i nuovi mercati private (private equity e private debt) e il rischio di contaminazioni con potenziali effetti sistemici. Non c’è una conclusione definitiva su queste problematiche, quanto piuttosto una sorta di «so di non sapere» contenuto nello stesso titolo del report («Private markets: Unknown unknowns»), che i Lord inglesi ribaltano sulle autorità di regolamentazione. Intanto, però, le 66 pagine del rapporto contengono indicazioni utili alla comprensione dei problemi e alla quantificazione di un fenomeno che sta cambiando i connotati dell’industria finanziaria mondiale.

Iniziamo dai dati. I mercati privati globali sono cresciuti rapidamente, passando da meno di 4.000 miliardi di dollari di asset globali in gestione nel 2008 a circa 16.000 miliardi di dollari oggi, di cui circa 185 miliardi di dollari nel Regno Unito. Per il Paese si tratta di un’opportunità di conservare e accrescere il suo ruolo di hub della finanza europea e internazionale, ma rappresenta anche una sfida: quella di padroneggiare una realtà le cui interconnessioni non sono, appunto, interamente comprese.

Va subito detto che l’esplosione dei mercati private è in buona parte il frutto della crisi della finanza globale del 2008 che, determinando controlli (di capitale e regolamentari) molto più pervasivi sugli operatori bancari tradizionali, ha spinto i capitali in un continente fino allora solo parzialmente esplorato, quello private. I giganti del private equity (Elliott e Blackstone, solo per fare qualche nome) sono entrati progressivamente nel capitale delle imprese. Sono aumentati significativamente anche i prestiti erogati da fondi private. Questi ultimi non sono soggetti alla regolamentazione di Basilea III delle banche tradizionali e non sono sottoposti ai significativi ratio patrimoniali che aggravano i costi dei normali finanziamenti bancari. Hanno dunque un vantaggio competitivo che stanno sfruttando a fondo.

La Banca d’Inghilterra ha osservato che il private equity è «la forma più importante di attività nei mercati privati» ed è cresciuto da 2.000 miliardi a 8.000 miliardi di dollari di asset globali in gestione nell’ultimo decennio. Quanto al credito, gli asset globali del credito privato in gestione – ha stimato la stessa fonte – sono aumentati da circa 0,2 miliardi di dollari nei primi anni Duemila a oltre 2,5 trilioni di dollari nel 2025, e si prevede che questa cifra salirà a 3 trilioni di dollari entro il 2028. Soltanto tra l’agosto 2022 e l’aprile 2024, l’emissione di prestiti di credito privato è cresciuta del 500% negli Stati Uniti, del 285% nel Regno Unito e del 130% nell’UE.

La severa regolamentazione del settore bancario si giustifica con il monopolio degli istituti di credito nella raccolta di depositi bancari. Il fallimento di un operatore potrebbe innescare una corsa agli sportelli con conseguenze devastanti. I grandi operatori private non raccolgono depositi dei correntisti e quindi non sembrano soggetti ai medesimi rischi sistemici. C’è però una parola, «interconnessione», che agita i sogni dei regolatori e la cui potenza è stata sperimentata nella crisi della finanza globale, quando i costi dei mutui subprime Usa si sono abbattuti sull’intero sistema finanziario attraverso complesse strutture in cui quei prestiti venivano impacchettati e trasferiti.

Qualcosa di simile potrebbe accadere anche nel nuovo scenario dei mercati private? Qui entra in gioco un altro termine, quello di leva finanziaria, con cui viene descritta la quantità di denaro preso a prestito da un operatore per svolgere la propria attività. I mercati private lavorano con significative leve finanziarie (anche se non paragonabili a quelle delle banche tradizionali) e prendono fondi in prestito proprio da quegli operatori tradizionali del credito di cui sono, in effetti, competitor come finanziatori delle imprese. Le banche che si ritirano da alcuni prestiti aziendali, ritenuti troppo costosi in termini di assorbimento di capitale, trovano più conveniente prestare denaro a fondi di private credit, che poi verrà utilizzato ugualmente per il finanziamento delle aziende. Un tipico prestito bancario a un fondo di credito privato – ha accertato l’indagine svolta dai Lord inglesi – viene ponderato al 20%, rispetto al 100% di un prestito aziendale e, pertanto, viene accordato con maggiore facilità.

Ma se poi quel fondo private fallisse, gli effetti rimbalzerebbero con violenza anche sulla banca che lo ha finanziato. È una prospettiva credibile? «La mancanza di informazioni dettagliate – ha osservato l’ex BCE Ignazio Angeloni, tra le fonti ascoltate dai redattori del report – impedisce una valutazione accurata della leva finanziaria effettiva coinvolta nel processo che porta all’erogazione del credito privato».

Anche la conclusione del report lascia aperti i maggiori interrogativi. «Non abbiamo ricevuto prove conclusive – è scritto nello studio – per stabilire se i mercati privati rappresentino o meno un rischio sistemico. Tuttavia, la crescita del credito privato soddisfa diversi test di significatività per la valutazione del rischio sistemico ed è pertanto sistemicamente rilevante, principalmente attraverso l’entità delle interconnessioni del settore con componenti sistemiche del sistema finanziario, come il settore bancario e quello assicurativo sulla vita». È, appunto, l’ammissione di non sapere.

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