Raccontare l’impatto senza greenwashing: costruire fiducia con i fatti, presidiando i rischi

La Relazione d’Impatto, obbligatoria per le Società Benefit, ma adottabile su base volontaria anche da imprese non benefit, PMI e organizzazioni professionali, si sta affermando come uno strumento centrale per rendere trasparenti scelte, risultati e limiti aziendali, riducendo il rischio di narrazioni fuorvianti sulla sostenibilità e rafforzando il dialogo con mercato e stakeholder

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Parlare d’“impatto” oggi non è più solo una scelta di stile comunicativo. Negli ultimi anni è diventato quasi un obbligo per aziende, investitori, investitrici e professionisti/e, perché la sostenibilità non è più un tema laterale: è al centro delle strategie aziendali, condiziona i piani industriali e influenza decisioni operative, investimenti e rapporti con il mercato.

Eppure, questa centralità non sempre si traduce in un racconto chiaro e concreto. Troppe volte l’impatto viene descritto con frasi generiche, messaggi rassicuranti o promesse difficili da verificare. È proprio in questo divario tra parole e azioni che nasce il rischio di greenwashing.

Negli ultimi anni, quest’ultimo è diventato oggetto di un’attenzione sempre più stringente da parte delle autorità di vigilanza. A livello europeo, la Commissione Europea ha avviato verifiche sistematiche sui cosiddetti green claims, rilevando che oltre la metà delle dichiarazioni ambientali analizzate risultava vaga, generica o non sufficientemente supportata da prove verificabili (“Screening of websites for ‘greenwashing’: half of green claims lack evidence”, 2021). Da qui è nata la proposta di Direttiva sui Green Claims, che mira a vietare affermazioni ambientali non dimostrabili e a rafforzare gli obblighi di trasparenza verso consumatori, consumatrici, investitori e investitrici.

Anche sul piano dei casi concreti non sono mancati esempi eclatanti. Alcune grandi aziende del fashion (es. Shein) e del food&beverage (es. Coca-Cola) sono state contestate per aver promosso collezioni o prodotti come “sostenibili” basandosi su percentuali minime di materiali riciclati, mentre in altri casi l’accusa ha riguardato la dichiarazione di “neutralità climatica” fondata esclusivamente su meccanismi di compensazione, senza una reale riduzione delle emissioni. Episodi che hanno dimostrato come una comunicazione ambientale poco rigorosa possa trasformarsi rapidamente in sanzioni, contenziosi e gravi danni reputazionali, con effetti diretti sulla fiducia del mercato.

Qui entra in gioco la Relazione d’Impatto, uno strumento che cambia il modo di raccontare ciò che l’azienda fa. Non è solo un documento da mostrare all’esterno: è un’occasione concreta per confrontarsi con i fatti. Raccontare l’impatto significa mettere in chiaro obiettivi, azioni intraprese, risultati raggiunti e limiti ancora presenti. Solo così la comunicazione diventa credibile e significativa, mostrando ciò che è realmente in gioco.

Il segreto sta nel metodo. Indicatori chiari e risultati osservabili trasformano le intenzioni in dati concreti e misurabili.

È la stessa logica della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), che invita le imprese a considerare insieme due prospettive: l’impatto delle proprie attività su ambiente e persone e il modo in cui i fattori ESG influenzano i risultati economico-finanziari. Quando questo legame viene trascurato, le conseguenze non riguardano solo la reputazione: i rapporti con stakeholder e investitori/investitrici s’indeboliscono, e il dialogo con il mercato diventa più fragile, come ricordano le autorità di vigilanza.

In questo contesto s’inseriscono i richiami della Consob (“Richiamo di attenzione n. 1/25”, 2025).In più occasioni, l’Autorità ha sottolineato come informazioni non finanziarie imprecise, incoerenti o eccessivamente ottimistiche possano compromettere la capacità degli investitori e delle investitrici di valutare correttamente rischi e opportunità, incidendo sulla formazione dei prezzi e sulle decisioni di allocazione del capitale.

Per questo, nei suoi interventi di vigilanza e nei richiami agli emittenti, la Consob ha evidenziato l’esigenza che la comunicazione ESG sia fondata su dati verificabili, coerenti con le strategie aziendali e allineata alle informazioni finanziarie, evitando narrazioni che possano risultare fuorvianti per il mercato.

In questo senso, la Relazione d’Impatto non serve a “certificare” la sostenibilità di un’azienda, ma a rendere leggibile il percorso seguito, incluse criticità, limiti e aree di miglioramento. Ammettere ciò che è ancora in evoluzione non indebolisce il racconto: al contrario, rende la comunicazione più autentica e aumenta l’autorevolezza.

Raccontare l’impatto seriamente cambia anche il modo in cui l’azienda funziona internamente. Mettere nero su bianco obiettivi, responsabilità e risultati aiuta a chiarire ruoli, processi e priorità, riducendo le zone grigie e rendendo più coerenti le scelte operative. Chi prende decisioni sa cosa monitorare, come farlo e quali risultati aspettarsi, migliorando efficienza e qualità dei processi.

Proprio per questo, la Relazione d’Impatto si collega naturalmente alla governance e ai modelli organizzativi previsti dal D.Lgs. 231/2001, nato all’inizio degli anni Duemila, in un contesto segnato da gravi scandali societari e da una crescente attenzione alla responsabilità delle imprese (es. vicende di Tangentopoli, Enron, ecc.).

Il cuore del sistema 231 è la prevenzione: il legislatore incentiva le imprese ad adottare modelli organizzativi fondati su procedure chiare, attribuzione delle responsabilità, sistemi di controllo e monitoraggio dei rischi. Non si tratta solo di compliance formale, ma di un vero e proprio strumento di governo dell’impresa.

Per imprenditori, imprenditrici e manager, l’adozione di queste best practice rappresenta una leva strategica prima ancora che giuridica. Un sistema organizzativo solido consente di prevenire non solo il rischio di sanzioni e responsabilità, ma anche una serie di criticità spesso sottovalutate: decisioni poco tracciabili, incoerenze tra strategia e operatività, esposizione a contestazioni reputazionali e perdita di credibilità nei confronti di banche, investitori, investitrici e partner commerciali.

In questo senso, una Relazione d’Impatto ben strutturata diventa un alleato concreto del sistema 231: favorisce una certa coerenza, rafforza i controlli interni e supporta decisioni più chiare, affidabili e sostenibili. Il suo valore va oltre numeri e procedure, perché crea un linguaggio condiviso tra impresa, finanza e diritto, trasformandosi in uno spazio di confronto che rende esplicite le scelte strategiche e rafforza la fiducia degli stakeholder.

Raccontare l’impatto senza cadere nel greenwashing significa fare della trasparenza un principio operativo. Con dati concreti, metodo e rigore, la Relazione d’Impatto può diventare uno strumento centrale per dimostrare che sostenibilità e solidità economica possono crescere insieme sotto una chiara assunzione di responsabilità.

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