I bias nel settore del credito distressed: la malattia come metafora

Crediti “malati”, asset “tossici”: per la sociolinguista Vera Gheno “ogni riferimento a un preciso campo semantico comporta delle conseguenze sulla decodifica del messaggio stesso”

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Nel settore del credito deteriorato si parla quotidianamente di crediti “malati”, asset “tossici”, “bonifiche” di portafoglio o “pulizia” di bilancio. Un linguaggio così diffuso da apparire naturale, quasi neutro. Eppure, proprio questa apparente neutralità può nascondere un problema: l’uso sistematico di metafore sanitarie non è privo di conseguenze sul modo in cui il settore interpreta la realtà e prende decisioni.

La metafora, secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani, è una figura retorica che si fonda su un processo di traslazione semantica, per cui un termine viene usato per designarne un altro in virtù di una somiglianza. Essa ha lo scopo primario di svolgere “funzioni complesse: come meccanismo di arricchimento ed evoluzione della lingua, come mezzo efficace di espressione, come strumento conoscitivo di realtà nuove o colte da nuovi punti di vista”.

Tuttavia, quando una metafora diventa ripetuta e istituzionalizzata, smette di essere solo uno strumento espressivo e può trasformarsi in un meccanismo cognitivo che orienta la valutazione e la decisione, restringendo lo spazio delle alternative interpretative: tutto questo senza essere percepita come tale. È in questo passaggio che emerge il bias cognitivo, una sorta di scorciatoia usata dal cervello umano per semplificare e prendere decisioni rapidamente, e che può portare a giudizi imprecisi o frettolosi. 

Nel credito distressed, il ricorso a metafore di matrice sanitaria è particolarmente pervasivo e, spesso, porta con sé connotazioni negative forse anche eccessive, considerando che quel credito un valore, per quanto basso, potrebbe incorporarlo. Come evidenziato anche dalla letteratura linguistica (si veda “Cappuzzo, B. (2017). Metafore mediche negli articoli di cronaca economica in inglese e italiano. ESP ACROSS CULTURES (14), 27-47 [10.4475/865”), l’economia viene spesso raccontata come un corpo: sano, malato, infetto, da curare o da amputare. Questa rappresentazione non è innocua. Al contrario, introduce una serie di presupposti impliciti che influenzano il modo in cui le situazioni vengono valutate e affrontate.

Definire un credito come “malato”, ad esempio, tende a trasformare una scelta strategica in una necessità indiscutibile: su un corpo malato non si discute ma s’interviene.

Oppure, spostando il giudizio dal contesto (esterno) alla patologia (interna), cancellando quindi le cause sistemiche e localizzando il problema nel corpo malato. O, ancora, accelerando i tempi decisionali, standardizzando e riducendo le alternative (un corpo malato richiede un intervento rapido, che non può attendere) anziché incentivare il dialogo, l’ascolto, la relazione con la persona debitrice, al fine di valutare possibili soluzioni.

Quando questo linguaggio non viene solo utilizzato a livello giornalistico ma viene adottato in modo sistematico da operatori e regolatori, il rischio è che il bias linguistico si traduca in modelli operativi, influenzando processi di valutazione, gestione e dismissione dei crediti e che possa indurre in errore gli investitori.

“L’italiano è una lingua che usa moltissime metafore e fa spesso ricorso a usi figurati. Dunque, non è insolito che anche in questo settore si ricorra a soluzioni linguistiche di questo genere”, commenta Vera Gheno, sociolinguista, intervistata da Be Bankers. “Ovviamente, ogni riferimento a un preciso campo semantico comporta delle conseguenze sulla decodifica del messaggio stesso (mi viene in mente che spesso, nella cura di malattie come il cancro, si fa ricorso a metafore belliche)”.

Ogni scelta linguistica seleziona ciò che è rilevante ed esclude ciò che è marginale; infine, orienta l’interpretazione. Le parole, quindi, contribuiscono a costruire la realtà del credito deteriorato e non solo a descriverla.

“Non so dire quanto questi impieghi siano consapevoli – continua Gheno – sicuramente lo sono in alcune persone, mentre in altre sono semplicemente frutto dell’abitudine a sentire la lingua usata in questa maniera. Ogni settore specialistico tende a cadere in un certo grado di abitudinarietà linguistica; quando questa diventa inerzia acritica, però, forse è ora che ci si faccia un ragionamento sopra. È un errore pensare che la realtà linguistica sia immodificabile: se ci rendiamo conto che non funziona bene, o che porta fuori strada, si può lavorare sul cambiamento”.

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