La corporate governance delle imprese al tempo della geoeconomics

0
31

Benvenuti nel mondo della geoeconomics! Andati in pensione i dogmi del mercato globale, il mantra che aveva accompagnato l’economia mondiale fino al termine dello scorso secolo, ora sono gli stati e le loro esigenze di geopolitica a definire le regole del gioco. E le grandi imprese, quelle più esposte ai mercati internazionali, sono alle prese con un nuovo set di obblighi difficili da rispettare.

A spiegare come sta cambiando la corporate governance delle aziende nel nuovo scenario è un paper («Corporate Governance in an Era of Geoeconomics») che verrà presentato giovedì alla annuale Italian Corporate Governance Conference promossa da Assonime, l’associazione delle società quotate. Ne è autore Curtis J. Milhaupt, professore alla Stanford Law School, che ha tracciato il percorso compiuto dalla dottrina societaria dalla fine dello scorso secolo agli ultimi sviluppi, in gran parte ancora non metabolizzati da amministratori e azionisti delle grandi corporation.

Come era finito il secolo XX lo sappiamo. Lo spirito del tempo rifletteva «l’ottimismo – spiega il professore di Stanford – circa le prospettive e i benefici della cooperazione internazionale nella promozione del capitalismo del laissez-faire. I mercati dei capitali produrranno il massimo benessere sociale, sostenevano i sostenitori». I principi del mercato globale incentrato sul valore delle imprese per gli azionisti, cioè sul profitto, sembravano scolpiti sulla pietra e verso quell’orizzonte radioso sembravano in cammino anche i paesi ex sovietici (Russia) e di nuova industrializzazione (Cina).

Poi qualcosa si è incrinato. Nel primo decennio del nuovo secolo la competizione tra il paese egemone a livello mondiale, gli Usa, e la Cina si è fatta più serrata ed ha progressivamente investito anche tematiche strategiche. Il fascino del profitto aziendale è apparso meno scintillante con l’arrivo di nuove priorità. L’attenzione della corporate governance si è progressivamente allargata agli stakeholder, gli altri soggetti coinvolti nel destino dell’azienda, portatori di nuovi interessi. I temi ambientali hanno iniziato ad entrare nella vita delle imprese e l’acronimo ESG – sta per ambiente, sociale e governance – ha fatto la sua comparsa nei manuali di diritto societario e nella normativa. Tuttavia – sottolinea Milhaupt – a quel trittico di lettere ne andrebbe aggiunta un’altra, ancora una G, per rappresentare appunto la geoeconomics.

In breve quel fattore ha preso il sopravvento e sta condizionando il nuovo scenario operativo delle imprese, sconvolgendo il commercio mondiale ed interrompendo le catene di fornitura.

Il paper accredita l’ipotesi che il desiderio della Cina nel candidarsi come nuova potenza egemone, anche sul piano politico e militare, ha avuto un peso fondamentale nel far cambiare approccio anche alle autorità Usa. La guerra tra Russia e Ucraina ha fatto il resto. Se, prima del 2012, soltanto una transazione era stata bloccata dal governo statunitense, successivamente 5 accordi sono stati cancellati e 400 transazioni sono state annullate in seguito all’avvio di indagini. Dal 2012 al 2022 il numero di controlli da parte dell’ufficio federale incaricato della vigilanza (Cfius) è quadruplicato.

Il rischio della geopolitica ha iniziato a diffondersi sempre più nel mondo delle imprese, ben documentato dalle relazioni sui rischi inviate alla SEC con i modelli 10-K. Le aziende maggiormente esposte sul versante tecnologico sono state quelle maggiormente impattate da cambiamenti perché, nel nuovo scenario della geoeconomics, la tecnologia è divenuta «il fattore chiave che abilita il potere politico, militare ed economico». E le imprese sempre più spesso «si ritrovano in un ruolo a cui non sono abituati: partner indispensabili del governo nella ricerca di un vantaggio geostrategico».

Tutto ciò sta cambiando in profondità le funzioni di corporate governance aziendali. Il CEO tende ad assumere anche il ruolo inedito di Chief Geopolitical Officer. Stanno nascendo nuove figure professionali, ma il mondo delle imprese è in affanno.

«Una ricerca di tutti i documenti pubblici dal 2018 al 2024 ha rivelato che solo 154 aziende Russell 3000 (5,1%) hanno dichiarato che uno dei suoi organi o funzionari di governance aziendale era responsabile della supervisione del rischio geopolitico (esclusi la sicurezza informatica e il furto di proprietà intellettuale)».

Analizzando le relazioni di corporate governance, Milhaupt ha concluso che «nella maggior parte delle società che presentano i dati, il consiglio di amministrazione, da solo o insieme ai suoi comitati o al senior management, supervisiona il rischio geopolitico. Un numero limitato di società ha assegnato questo compito a un comitato specializzato per i rischi o a un risk officer. Assegnare la supervisione del rischio geopolitico al comitato di audit sembra problematico, date le pesanti responsabilità che tali comitati già ricoprono. Assegnare tale supervisione al comitato di compliance, come fanno alcune società che presentano i dati, appare problematico anche se indica che il compito è considerato “solo” una questione di conformità normativa, piuttosto che uno strumento per la valutazione dei rischi e delle opportunità a livello aziendale».

Le società più esposte hanno avviato una stretta collaborazione con i governi «per valutare e gestire ogni fase di catene di approvvigionamento spesso complesse». Si assiste a una nuova dislocazione di asset produttivi che ha effetti importanti sul benessere del pianeta. «In un mondo più turbolento, in cui le interruzioni potrebbero mettere a repentaglio i mezzi di sussistenza di miliardi di persone, i costi opportunità derivanti dal non riorganizzare le catene di approvvigionamento per renderle più resilienti sono elevati».

Le grandi imprese quotate operano con rigidi standard di trasparenza imposti dal loro status. Ma il nuovo contesto «pone delle sfide alle aziende nel determinare i rischi che devono essere divulgati. La difficoltà di valutare e quindi di comunicare tali rischi è forse più evidente nel tracciamento della supply chain. Tuttavia, i rischi geopolitici in agguato dietro joint venture e altre transazioni aziendali possono anche materializzarsi in modi inaspettati, dando potenzialmente origine a denunce per frode sui titoli».

Il paper sembra abbracciare la tesi che la nuova competizione mondiale si sta sviluppando tra «l’Occidente» ed i paesi che abbracciano differenti visioni del mondo, ma, per la verità, le convulsioni dell’attuale amministrazione USA fanno dubitare che «l’Occidente» sia così compatto.

L’analisi del professore americano riguarda poi soltanto le imprese USA, ma non è difficile scorgere le stesse problematiche anche in altre parti del mondo. Per rimanere all’Italia, il golden power esercitato dal governo ha pesantemente influenzato nel 2025 l’esito di importanti operazioni finanziarie (Unicredit-BPM, MPS-Mediobanca) ed il continuo allargamento dell’area di beni e servizi oggetto delle sanzioni nei confronti della Russia pone continue sfide alle imprese.

Proprio a fine gennaio è entrato in vigore un decreto legislativo di attuazione di una direttiva europea che punisce con pesanti sanzioni le imprese non in regola con le discipline europee in materia di: export control, sanzioni economiche internazionali, misure restrittive dell’Unione europea, normativa sui beni a duplice uso (dual use). Il codice penale si è arricchito di nuovi reati con cui verrà repressa la mancata compliance. Anche nelle società italiane vanno nascendo nuovi ruoli e funzioni aziendali per gestire le nuove complesse sfide. Anche nel bel paese è impervio il cammino che conduce alla geoeconomics.

Iscriviti alla newsletter: https://www.bebankers.it/newsletter/