Una volta tanto il riconoscimento al Bel Paese viene dalla Francia. Con un articolo pubblicato all’inizio dell’anno, il quotidiano economico transalpino Les Echos ha informato i propri lettori che la penisola ha ufficialmente superato il Giappone, diventando il quarto esportatore mondiale dopo Cina, Usa e Germania. Questa performance – ha sottolineato il giornale – è ancora più notevole se si considera che solo un decennio fa l’Italia era il settimo esportatore. Questa certificazione è stata assegnata dall’OCSE, che ha annunciato il 21 novembre che, nel terzo trimestre del 2025, le esportazioni italiane – espresse in dollari correnti e corrette per la stagionalità – hanno superato quelle dell’arcipelago giapponese.
L’Italia ha confermato il suo status di grande potenza esportatrice europea, salendo al secondo posto, subito dopo la Germania. Le esportazioni rappresentano il 40% del suo Pil. Mentre deficit e debito sono le caratteristiche distintive delle finanze del Paese, la sua bilancia commerciale ha registrato un surplus di 54,9 miliardi di euro nel 2024. Lo scorso anno, l’OMC ha riconosciuto il sorpasso dell’Italia sul Giappone, nonostante la popolazione giapponese in età lavorativa sia tre volte più numerosa. Questo risultato è stato ora confermato dall’OCSE.
«L’Italia è l’unico Paese europeo ad aver resistito alla Cina negli ultimi dieci anni», sottolinea Marco Fortis della Fondazione Edison. «Con il 5% delle esportazioni globali, è salita dal 7° al 4° posto tra gli esportatori mondiali, superando Francia, Corea del Sud e Giappone. Mentre i suoi vicini hanno visto erodersi la loro influenza – la Francia è scesa al 7° posto e la Germania ha perso quota di mercato dal 14% al 12,6% – l’Italia è riuscita a migliorare la qualità dei suoi prodotti e a diversificare i suoi mercati».
Sul fronte del commercio estero – ha ricordato ancora Les Echos – l’Italia sta infrangendo i preconcetti sulla stagnazione e il declino economico. In un decennio, le sue esportazioni hanno registrato una crescita record del 48% (in dollari correnti), raggiungendo i 650 miliardi di euro lo scorso anno. La penisola si è così affermata come la nazione più dinamica del G7, crescendo quasi il doppio rispetto a Francia (+28%) o Germania (+27%) e lasciandosi alle spalle Giappone (+15%) e Regno Unito (+12%). Anche potenze energetiche come Canada (+38%) e Stati Uniti (+37%) risultano in ritardo.
A differenza dei suoi concorrenti, l’Italia non si affida a giganti industriali o alla produzione di massa. La sua forza risiede in una rete unica di 26.860 «multinazionali tascabili» – aziende con 50-2.000 dipendenti – distribuite in 160 distretti specializzati. Queste PMI ad alte prestazioni sono i pilastri invisibili dell’economia europea: forniscono componenti essenziali per i beni di lusso francesi e per l’industria automobilistica tedesca.
Questo modello si distingue per una diversificazione record: l’Italia esporta la più ampia varietà di prodotti verso il maggior numero di destinazioni. I suoi primi 100 prodotti rappresentano solo il 40% delle esportazioni, mentre Francia (50,5%) e Corea del Sud (67,6%) dipendono molto di più da pochi settori chiave. I riconoscimenti del quotidiano francese, normalmente non tenero nei confronti della penisola, trovano conferma anche nei più recenti report dell’Istat, pubblicati in questi giorni e che indicano un barometro positivo anche per l’anno appena iniziato.
Secondo l’istituto di statistica – ha riferito Il Messaggero – nel 2026 le vendite all’estero del made in Italy correranno il doppio (+1,6 per cento) del Pil (+0,8). Anche se la crescita potrebbe essere a macchia di leopardo: farmaceutica e agrifood continueranno a essere le locomotive, stenterà la meccanica, mentre si teme un altro anno difficile per moda e auto.
Proprio le vendite all’estero dell’agrifood nel 2025 hanno battuto tutti i record: 73 miliardi, in aumento del 5 per cento rispetto al 2024. Vino, pasta, il «trasformato» (con il lattiero-caseario in testa) e l’ortofrutta sono i comparti che hanno trainato il settore. Le performance migliori si registrano in Germania (+7 per cento), Francia (+6), Spagna (+15) e Regno Unito (+3). I dazi di Trump hanno rallentato la penetrazione negli Usa (-2 per cento), ma non hanno causato gli sfaceli previsti nei mesi scorsi.
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