giovedì, Marzo 26, 2026
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Private capital, quarant’anni dopo: crescita globale e sfide italiane

Sotto la lente di AIFI il futuro del settore tra concentrazione, innovazione e nuove fonti di raccolta

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AIFI ha celebrato i suoi quarant’anni tracciando un bilancio dell’evoluzione del private capital, un settore che riflette i profondi mutamenti del sistema finanziario globale e nazionale. Il convegno annuale dell’associazione del venture capital, private equity e private debt, che si è svolto ieri a Milano, è stato l’occasione per fare il punto su come stanno cambiando i mercati dei finanziamenti alternativi alle banche e alle borse. Le famiglie – hanno sottolineato nei loro interventi il presidente di AIFI, Innocenzo Cipolletta, e il direttore generale Anna Gervasoni – hanno modificato le proprie strategie di risparmio; le imprese, agevolate dai processi di ricambio generazionale, si aprono sempre più a strumenti alternativi al credito bancario e le banche stesse si trovano a dover ridefinire il proprio ruolo, offrendo servizi innovativi e diversificati.

A livello europeo il private debt ha visto crescere le masse gestite di 10,6 volte negli ultimi quindici anni, superando di gran lunga la crescita del credito bancario alle società non finanziarie, ferma a 1,1 volte, mentre negli Stati Uniti le società quotate continuano a diminuire a favore di quelle partecipate da private equity e venture capital, arrivate rispettivamente a quasi 12 mila e 60 mila unità a fine 2025.

La stessa tendenza si osserva in Italia, dove il portafoglio del private equity comprende circa 1.400 aziende, a cui si aggiungono 1.200 partecipazioni in venture capital, contro circa 400 società quotate. Complessivamente, a livello globale, le risorse gestite dal private capital ammontano a 22 trilioni di dollari e si prevede possano raggiungere 30 trilioni entro il 2030, trainate dalla crescita dimensionale degli operatori e dallo sviluppo di piattaforme multi-asset; in Italia, invece, la raccolta rimane contenuta, con 3,4 miliardi di euro nel 2025, in calo del 46% rispetto all’anno precedente, provenienti da 44 soggetti, mentre la ricchezza privata sta assumendo un peso crescente, destinata a passare dal 16% del totale globale nel 2022 al 22% nel 2032.

Gli investimenti mondiali nel 2025 hanno raggiunto 660 miliardi di dollari, con una crescita del 14% rispetto all’anno precedente, mentre in Italia si è registrata una contrazione del 22% a 16,1 miliardi, penalizzata soprattutto dal calo delle risorse verso le infrastrutture; il venture capital, invece, mostra un recupero significativo (+46%), mentre il private equity rimane sostanzialmente stabile (-8%), concentrandosi sul mid market, e i disinvestimenti hanno registrato una diminuzione nel numero di operazioni, con un calo in Italia a 4,7 miliardi (-19%).

Secondo Cipolletta, «la struttura produttiva delle imprese è mutata nel tempo e sta continuando a cambiare, serve finanza intelligente che le capisca», evidenziando come circa 2.600 aziende italiane in portafoglio al private equity abbiano beneficiato di capitale umano e finanziario per crescere e internazionalizzarsi. Gervasoni ha sottolineato a sua volta come «il ruolo del private capital è stato decisivo nel tempo per la trasformazione dell’industria italiana. Nei prossimi anni vedremo più propensione all’investimento in questa asset class e una maggior attitudine delle imprese a ricorrere a questo strumento per affrontare la transizione e le sfide tecnologiche», rimarcando come, pur tra cambiamenti tecnologici e normativi, la missione del settore resti quella di sostenere lo sviluppo delle imprese.

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