Le banche di minori dimensioni alle prese con il calendar provisioning

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Il calendar provisioning, cioè l’imposizione alle banche di accantonamenti automatici legati al trascorrere del tempo per i portafogli di crediti problematici, continua a far discutere gli operatori del settore. Con l’inizio dell’anno le regole della BCE, già in vigore per le banche di maggiori dimensioni – che al tempo avevano espresso le loro forti contrarietà – lo sono diventate anche per quelle cosiddette less significant.

Con le nuove istruzioni di vigilanza della Banca centrale europea è in arrivo una stretta per i piccoli istituti, che avranno comunque un triennio per adeguarsi per intero alle nuove disposizioni. Queste prevedono che le non performing exposure (NPE) prive di garanzia dovranno essere assistite da accantonamenti di pari entità entro il terzo anno (cioè entro il 2028). I prestiti garantiti (ma non con un’ipoteca) dovranno raggiungere il medesimo requisito entro sette anni, mentre il termine sarà più lungo, nove anni, limitatamente ai crediti assistiti da mutui ipotecari.

Il calendar provisioning è stata la leva che ha spinto negli anni scorsi le grandi banche, quelle vigilate direttamente dalla BCE, a disfarsi rapidamente dei loro crediti difficili, spesso cartolarizzandoli. Ma questa strada sarà più difficilmente percorribile dalle banche di minore dimensione, in virtù di portafogli creditizi di taglio nettamente inferiore.

Pesa, poi, la difficoltà di riconciliare le nuove disposizioni con l’attuale prassi di mercato, in un framework regolamentare che si presta a diverse interpretazioni.

I problemi nascono soprattutto dal fatto – spiega Riccardo Marciò, responsabile dei crediti deteriorati di Banco Desio – che «il timing degli accantonamenti obbligatori non è sempre coerente con i tempi dell’effettiva recuperabilità dei crediti. La BCE ha indicato un timing medio senza considerare che, ad esempio, i tempi di recupero di un credito sono significativamente maggiori in Italia o Grecia rispetto a quello che avviene in Francia o Germania».

Questa differenza si è acuita a partire dal 2021 con l’introduzione, da parte della BCE, della nuova definizione di default (new DoD), che include nello stesso aggregato tutti i crediti che risultano sconfinati per più di 90 giorni, non importa se rientranti tra le sofferenze o tra i crediti classificati come UTP (Unlikely To Pay), che ancora manifestano una maggiore recuperabilità. Questi ultimi, per la loro natura, sono meno standardizzabili e non sono soggetti a piani automatici di cessione. Al di là di ogni considerazione di opportunità, si prestano meno a essere portati fuori dal perimetro di una banca.

Finora il Regolamento CRR del 2019 permetteva una sorta di doppio binario, consentendo alle banche less significant (su cui Banca d’Italia, e non direttamente la BCE, esercita la propria supervisione) di contenere gli accantonamenti – senza incidere direttamente sul conto economico – ma controbilanciando i minori presidi con un rafforzamento proporzionale sul piano patrimoniale. È un orientamento che potrebbe essere sul punto di cambiare. La più o meno espressa volontà di incrementare la copertura dei crediti deteriorati delle banche minori, utilizzando la recente estensione del calendar provisioning, potrebbe essere intesa come l’intenzione di far contabilizzare gli accantonamenti sul loro conto economico e non sullo stato patrimoniale.

Ma, a questo punto, c’è un’ulteriore difficoltà che ha a che vedere con il rispetto degli standard contabili. L’IFRS 9 consente di costituire accantonamenti di qualsiasi natura, a patto tuttavia che ne sia spiegata la natura e la finalità. Non è possibile dar vita a riserve generiche come, in effetti, sarebbero quelle richieste dal calendar provisioning, in cui l’unico aspetto discriminante sarebbe quello dato dal timing. «Ci troviamo tra l’incudine e il martello, tra la Banca d’Italia/BCE che ci chiede di aumentare gli accantonamenti e i revisori che potrebbero esprimere rilievi su simili scritture contabili, perché considerate in contrasto con gli standard IFRS».

Questo tema ha anche un rilievo sotto il profilo fiscale. Gli accantonamenti andrebbero in diminuzione dell’utile della banca, che nell’immediato pagherebbe meno tasse, salvo successivamente pareggiare i conti con il fisco se quegli accantonamenti si dovessero rivelare eccedenti rispetto alle effettive perdite su crediti.

In questo caso il «martello» sarebbe l’Agenzia delle Entrate che, per quel che si sa, è già giunta a contestare in qualche occasione la decisione di costituire accantonamenti secondo i precetti del calendar provisioning, poi risultati eccedenti rispetto a quanto è risultato essere l’effettivo recupero.

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