La traiettoria della politica monetaria della Banca centrale europea resta appesa, almeno per ora, all’evoluzione dei prezzi dell’energia e alla loro capacità di propagarsi al resto dell’economia. È quanto ha dichiarato il vicepresidente della BCE Luis de Guindos durante un intervento a Madrid. Secondo quanto riferisce Teleborsa, de Guindos ha sottolineato che un eventuale rialzo dei tassi dipenderà soprattutto dagli «effetti di secondo livello» dell’impennata del petrolio e delle materie prime innescata dal conflitto in corso.
Per de Guindos, la politica monetaria non può compensare direttamente l’impatto immediato della guerra sui prezzi energetici, ma deve monitorare con attenzione la possibile estensione del fenomeno ad altre componenti del paniere. La chiusura parziale dello stretto di Hormuz, ha osservato, rischia di far salire non solo il petrolio ma anche materie prime industriali come alluminio, fertilizzanti e plastica, con effetti a catena sui costi produttivi.
Il contesto resta teso anche sui mercati obbligazionari, dove i rendimenti dell’area euro si sono mossi verso l’alto, riflettendo l’aspettativa di una politica meno accomodante. Le scommesse degli operatori si sono rapidamente riallineate: la probabilità di un terzo rialzo dei tassi entro dicembre viene ora stimata attorno al 70%, mentre quella di un intervento già ad aprile è salita al 45%, rispetto al 25% di pochi giorni prima.
Sullo sfondo, il quadro geopolitico pesa in modo diretto sulle dinamiche dei prezzi: dopo il fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, il petrolio è tornato sopra quota 100 dollari al barile, alimentando una fase in cui energia, inflazione e aspettative sui tassi si muovono ormai in modo sempre più intrecciato.
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