HomeDal Mondo degli NPEEditorialeCresce il capitalismo familiare ed è un modello di resilienza

Cresce il capitalismo familiare ed è un modello di resilienza

Piccolo non sarà bello, senz’altro è resiliente. Le imprese familiari italiane non sono campioni di produttività, però mostrano una marginalità superiore alle altre, conseguenza di una strategia produttiva più prudente e orientata al contenimento dei costi. Si spiega anche così il perché negli ultimi 10 anni quel modello caratteristico del made in Italy ha continuato a rafforzarsi. Nel 2024 le società di capitali con una proprietà familiare erano il 72 per cento (45 in termini di addetti), in aumento di oltre quattro punti percentuali rispetto a dieci anni prima.

I dati vengono da uno studio della Banca d’Italia, «Le imprese familiari e i passaggi generazionali in Italia», di cui sono autori Michele Cascarano, Sara Garbin, Sauro Mocetti e Francesca Modena.

Le conclusioni del report contrastano con alcuni assunti canonici della governance “politicamente corretta”. Ad esempio, si sostiene generalmente che la scissione tra proprietà e controllo, tipica delle corporation (soprattutto se quotate), riduca i conflitti di interesse e promuova una maggiore solidità delle imprese. Ma, alla prova del capitalismo familiare, questa convinzione vacilla. «Le imprese familiari – segnala il report – hanno mostrato una maggiore capacità di permanenza sul mercato, contribuendo ad accrescere la loro incidenza sul totale delle imprese attive». Forse l’incentivo a non perdere il patrimonio rappresentato dall’impresa si rivela più forte di quello relativo alla «estrazione privata dei benefici del controllo», spingendo l’imprenditore a non smarrire la retta via.

Ancora più singolare è il fatto, tra le principali evidenze della ricerca, che l’arrivo di un manager esterno a gestire l’azienda familiare non sia sinonimo di migliore produttività ed efficienza. Accade esattamente il contrario. Una possibile interpretazione, azzardata dallo studio, è che il ricorso a manager esterni «rifletta fattori non osservati, quali conflitti interni alla famiglia proprietaria o difficoltà nei processi decisionali, che possono incidere negativamente sulla performance dell’impresa indipendentemente dall’assetto gestionale».

Un’altra possibilità è che le imprese familiari siano «meno capaci di attrarre e selezionare profili manageriali di elevata qualità». Infine, la scelta del manager esterno «potrebbe essere guidata da criteri di fiducia, prossimità relazionale o allineamento con la famiglia proprietaria, per minimizzare i problemi di agenzia e preservare il controllo della famiglia, piuttosto che da una ricerca delle migliori competenze manageriali». Le evidenze, comunque, sono concordi su un fatto: «Gli amministratori selezionati dalle imprese familiari hanno meno talento manageriale di quelli selezionati dalle imprese più strutturate».

Nello spiegare una struttura dei costi intrinsecamente migliore rispetto ad altri modelli imprenditoriali concorre soprattutto un costo del lavoro che, nelle aziende familiari, è strutturalmente inferiore. Viene così suffragata l’ipotesi che «i lavoratori accettino retribuzioni relativamente più basse in cambio di una maggiore stabilità occupazionale».

Il limite del capitalismo familiare, confermato dalla ricerca di Bankitalia, è che quelle aziende non crescono e non sono presenti nei settori più innovativi, dove la scalabilità del modello imprenditoriale è un requisito necessario.

Il peso della famiglia tende a perpetuarsi anche nei passaggi generazionali, favorito per giunta dal quadro normativo. Al riguardo, lo studio segnala, tra l’altro, che l’imposta di successione è esentata a carico degli eredi che proseguono l’attività, circostanza che naturalmente favorisce la continuità tra una generazione e l’altra.

Le conclusioni del report circa la maggiore resilienza delle imprese familiari dovrebbero, infine, suscitare qualche riflessione in ambito bancario, dove le piccole imprese sono spesso le più penalizzate nell’ottenere finanziamenti. Dovrebbe, in effetti, accadere il contrario.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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