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BFF Bank, quando le regole prudenziali possono contrastare con quelle di mercato

Un bilancio può essere formalmente ineccepibile ma, allo stesso tempo, offrire agli investitori un’immagine distorta della realtà aziendale? La crisi che sta attraversando BFF Bank, specializzata nella gestione e nel factoring pro-soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione, offre alcuni spunti di riflessione.

Nei giorni scorsi la banca ha pubblicato un restatement del proprio bilancio 2025, quasi dimezzando (da 70,2 a 37 milioni) l’utile contabile netto annunciato nel febbraio scorso. La riscrittura dei libri è stata l’effetto di una «pulizia contabile» effettuata dagli amministratori con l’ausilio di due commissari (Raffaele Lener e Francesco Fioretto), chiamati dalla Banca d’Italia nel marzo scorso «in temporaneo affiancamento» del cda, rimasto in carica. È stato l’ultimo scossone dei tanti che, negli ultimi due anni, hanno agitato la vita della banca. Un declino ben rappresentato dai numeri.

Il prezzo del titolo BFF Bank, quotato nel listino Euronext di Milano, è precipitato dai €12 di fine 2023 agli attuali €2. Soltanto dall’inizio dell’anno la capitalizzazione è diminuita del 78% e ora la banca vale meno di 400 milioni in borsa. Eppure quel business, fino a pochi anni fa, era considerato di successo e, soprattutto, privo di rischi significativi. BFF (acronimo di Banca FarmaFactoring) è nata nel 1985 su iniziativa di un gruppo di aziende farmaceutiche per gestire e riscuotere i crediti verso il sistema sanitario nazionale. Ha poi allargato i suoi orizzonti alla gestione dei crediti dell’intera pubblica amministrazione, mantenendo una solida convinzione: lo Stato, anche nelle remote propaggini rappresentate dai comuni in dissesto, alla fine paga i suoi debiti. Interessi di mora compresi.

I guai dell’istituto di credito, guidato a quel tempo da Massimiliano Belingheri, che è anche il suo principale azionista (con il 6% del capitale sociale), iniziarono nel maggio del 2024, quando la Banca d’Italia, in seguito a un’ispezione, eccepì che la classificazione dei crediti effettuata dalla banca non rispettava le nuove definizioni di default stabilite dalla BCE. Via Nazionale decise anche la sospensione della corresponsione dei dividendi agli azionisti.

Nel novembre dello scorso anno, dopo le risposte fornite dalla banca, la situazione sembrava essersi rasserenata e il divieto di distribuire dividendi venne rimosso. Ma ecco che, nel febbraio di quest’anno, BFF incappò in un nuovo scivolone. Sempre in seguito allo scrutinio di Bankitalia, emerse una disinvolta gestione nel contenzioso giudiziario che opponeva la banca a molte amministrazioni locali. La stampa di quel periodo segnalò che diversi comuni, chiamati in causa per pagare ratei di crediti scaduti con relative more, dichiaravano di aver già provveduto a quei pagamenti o, comunque, di non doverli effettuare.

Conclusione: nella prima scrittura di bilancio per il 2025 gli accantonamenti per rischi giudiziari vennero rideterminati in 75 milioni — con l’ultimo restatement sono stati portati a 104,1 milioni — e le precedenti ipotesi di utile furono ridimensionate.

Le conseguenze nella governance aziendale furono immediate. Belingheri fu rimosso dalla carica di ad e, successivamente, anche dal cda. Ciò, comunque, non impedì allo stesso consiglio di amministrazione, in forza di impegni contrattuali sottoscritti precedentemente, di confermare al vecchio ad gli emolumenti relativi a un patto di non concorrenza, pari complessivamente a €4.080 mila. Fatto sta che le redini operative passarono a Giuseppe Sica, fino ad allora CFO, che poi fu nominato amministratore delegato a pieno titolo.

La banca, a quel punto, sembrava avviata verso una faticosa ripartenza, fino alla decisione di Bankitalia, nel marzo di quest’anno, di nominare i due commissari di «affiancamento» e alla riscrittura del bilancio 2025 avvenuta in questi giorni. Il cambiamento più rilevante rispetto ai conti comunicati a febbraio è stata la decisione di riclassificare crediti del portafoglio factoring in past due, con un incremento di quella posta contabile per ben €1,36 mld.

E qui arriviamo al punto. BFF, nel suo comunicato, ha precisato che «in linea con la disclosure fornita nei bilanci relativi agli esercizi precedenti, la classificazione delle attività deteriorate segue la definizione prudenziale di default (i.e. past due, inadempienze probabili e sofferenze), a prescindere dalla rappresentazione di un rischio di credito collegato. Pertanto – con riferimento alle esposizioni verso enti pubblici classificati a default per effetto di ritardati pagamenti – possono verificarsi rilevanti disallineamenti tra dati contabili, prudenziali ed effettive prospettive di incasso della Banca». A questo punto un investitore rimarrebbe perplesso.

Perché gettare allarme riclassificando quei crediti in pejus se, prima o poi, verranno comunque rimborsati? Per un concatenarsi di regole, la questione si salda al calendar provisioning (meccanismo di automatica svalutazione dei crediti deteriorati entro un timing predefinito), regola che nei mesi scorsi la BCE ha esteso anche agli istituti di credito «meno significativi», fatto salvo un periodo di grazia che si concluderà nel 2028 (vedi Be Bankers del 28 gennaio 2026).

Ricapitolando: una quota significativa dei crediti di BFF è stata riclassificata come deteriorata e quindi assoggettata alle automatiche svalutazioni scandite dal timing della BCE, con un conseguente impatto sul capitale di vigilanza della banca. È per questo che, nell’ultimo comunicato societario, gli amministratori hanno preannunciato che «nell’esercizio 2028, in assenza di iniziative esterne, sono stati stimati shortfall prospettici patrimoniali principalmente a causa della progressiva applicazione del c.d. calendar provisioning, applicato ai crediti classificati a past due con data di decorrenza 31 dicembre 2025».

Fin qui la storia, e un commento si impone. In questa vicenda appare del tutto evidente come le regole di vigilanza prudenziale — quelle volte a evitare fallimenti e presidiate da Via Nazionale — possano entrare in conflitto con quelle che dovrebbero orientare i mercati finanziari e le scelte degli investitori. Saranno questi ultimi a pagare il conto, con la ricapitalizzazione della banca in caso di shortfall, di una classificazione a sofferenza di crediti che contrasta con le «effettive prospettive di incasso» dei medesimi. Per la verità, l’applicazione rigida delle regole prudenziali sembra contrastare anche con gli standard contabili, che consentono accantonamenti solo a fronte di un rischio effettivo di credito. E sarebbe alquanto bizzarro se, dopo aver riscritto il bilancio 2025, i revisori avessero da obiettare che quella riclassificazione dei crediti non risulti coerente con i principi della propria professione.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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