Crediti degli enti locali: ammissibile una cessione pro soluto ai privati

Lo ha detto la Corte dei conti rispondendo a un quesito posto dal Comune di Taglio di Po. Thea (EY): «è stato rotto un tabù»

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Il credito di un ente locale può essere ceduto pro soluto e a stralcio. Un parere dato dalla Corte dei conti a un Comune di 7.800 abitanti potrebbe cambiare sostanzialmente il modo con cui le amministrazioni pubbliche recuperano i loro crediti non riscossi. Il Comune è quello di Taglio di Po, la cui amministrazione, intenzionata a dismettere i propri crediti non recuperati e affidati in precedenza all’Agenzia delle Entrate, ha chiesto un preventivo parere alla Corte dei conti. Quest’ultima, con un’ordinanza del 9 dicembre scorso, ha risposto positivamente ai quesiti posti dall’ente locale.

Il Comune – hanno detto i magistrati contabili – può cedere i propri crediti a un soggetto, scelto nell’ambito di una procedura competitiva e in base a una convenzione. Se il prezzo della cessione «sarà inferiore al valore nominale del credito, per cui l’ente realizzerà una minore entrata», questa – sottolinea il parere – «deve trovare giustificazione in un’analisi dalla quale emerga sia la necessità di “realizzare celermente i relativi incassi” (come indicato dall’art. 8 del d.l. n. 79/1997) sia i vantaggi del ricorso a tale istituto rispetto al proseguimento delle procedure di riscossione coattiva».

Per annullare in bilancio lo scompenso che si verificherebbe dalla vendita a stralcio dei crediti, il Comune può attingere al Fondo crediti di dubbia esigibilità, previsto dalle norme contabili degli enti locali proprio in relazione ai crediti non riscossi per Tari, Imu e multe di vario genere. Il vantaggio di una simile operazione è «il tempo».

La possibilità di recuperare un credito non riscosso evapora molto rapidamente e scompare praticamente del tutto – ha ricordato recentemente in un’audizione parlamentare l’amministratore delegato di Amco (società di credit management che fa capo al Mef) – trascorsi 6-7 anni. Sicché, vendendo rapidamente a stralcio quell’asset, l’ente locale può ricavare qualcosa che non otterrebbe mantenendo il credito indefinitamente nei suoi libri. In fondo sono le stesse ragioni che hanno spinto il Comune veneto ad avviare la sua iniziativa.

«Appena la nuova amministrazione si è insediata – spiega l’assessore di Taglio di Po Alessandro Marangoni – è apparso subito chiaro quanto fosse inefficiente il sistema in vigore per il recupero dei crediti. Per due anni abbiamo studiato il problema giungendo alla conclusione che fosse preferibile la via della cessione. Per quegli asset vale il detto di “pochi maledetti e subito”. È sempre meglio che lasciare i crediti in bilancio a generare altri costi. Con la vendita, invece, riusciremmo a liberare risorse utili per le attività del Comune. Ma prima di prendere una decisione operativa abbiamo preferito presentare un’istanza alla Corte dei conti per sapere se quella strada era praticabile».

Perché il parere della Corte dei conti è importante? «Si apre un nuovo mercato, almeno potenzialmente, un nuovo modo di gestire questa categoria di crediti. Cederli pro soluto non è più un tabù», spiega Michele Thea, EY Parthenon Partner, Europe West NPE Leader. In precedenza questa sembrava essere una strada sbarrata per i crediti dello Stato e delle pubbliche amministrazioni, anche per via delle regole contabili Eurostat ribadite proprio lo scorso anno dal Ragioniere generale dello Stato, Daria Perrotta, nel corso di un’audizione al Senato. «Il ragionamento della Corte dei conti – spiega Thea – è molto lineare ed il caso del Comune di Taglio di Po potrebbe rappresentare un primo test pilota e varrebbe quale esempio da seguire anche da parte di altre amministrazioni».

L’altro tabù che è stato infranto con il parere della Corte dei conti è quello riguardante la vendita a stralcio, cioè a sconto, di un credito. È una procedura consueta nel settore privato, ma per i crediti pubblici è diverso. Normalmente, con le rottamazioni vengono annullate more e sanzioni. Quei crediti vengono di fatto svalutati con il ricorso a lunghe rateizzazioni – con la rottamazione quinquies decisa con l’ultima finanziaria i rimborsi potranno essere dilatati nell’arco di quasi dieci anni – ma l’importo nominale non cambia. Soltanto nell’ambito di una composizione negoziata della crisi, volta al risanamento di un’azienda, il giudice può disporre d’autorità la riduzione dei crediti erariali, anche se l’amministrazione non è d’accordo. Ora, invece, la Corte dei conti afferma che lo stralcio è una procedura possibile in via ordinaria. «Proprio così – sottolinea Thea – le amministrazioni, dice la Corte, possono cancellare, vendendolo, una parte del credito con il fine di riuscire a recuperare ciò che rimane il prima possibile».

Con la vendita pro soluto cambierebbe la natura di quel credito che, a tutti gli effetti, diverrebbe un’obbligazione privata, non più pubblica. In questo tragitto Thea individua un aspetto da valutare attentamente. «Il servicer che fosse successivamente incaricato della riscossione potrebbe ancora disporre dei poteri esecutivi di cui godono quanti sono iscritti nell’elenco dei soggetti abilitati a recuperare i crediti degli enti locali, ad esempio la possibilità di effettuare pignoramenti o fermi amministrativi dell’auto? Tutto ciò è dirimente per determinare il prezzo di cessione di quei crediti».

Resta il fatto che il parere della Corte dei conti è destinato a far discutere. L’ultima legge di Bilancio ha favorito la strada di un trasferimento dei crediti degli enti locali, attraverso Amco, al mondo dei servicer privati, in alternativa alla loro gestione da parte dell’Agenzia delle Entrate. Ma ora viene considerata ammissibile anche la strada più radicale, quella di una cessione pro soluto. E l’artefice di questo cambio di prospettiva, il piccolo Comune di Taglio di Po, marcia dritto per la sua strada. «Stiamo costruendo il regolamento – spiega ancora Marangoni – che darà un seguito operativo alle indicazioni che abbiamo ricevuto dalla Corte dei conti».

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