Si moltiplicano in questi giorni gli allarmi sull’Intelligenza Artificiale (Artificial intelligence, AI) che nel futuro, con l’evoluzione di agenti sempre più sofisticati, potrebbe sostituire gli umani e, negli scenari più estremi, prenderne addirittura il sopravvento decretandone l’estinzione. Un esito non certo rassicurante per quella che è considerata la tecnologia più dirompente e avveniristica della storia recente del pianeta e nello sviluppo della quale mercati finanziari e imprese fintech stanno competendo con investimenti per molte centinaia di miliardi.
Secondo l’Onu l’AI rappresenta una «minaccia per le democrazie». Anche grandi esponenti della nuova frontiera tecnologica – come il ceo di Anthropic Dario Amodei – chiedono di porre un freno alle innovazioni per capirne meglio le conseguenze. Intanto Sam Altman, il fondatore di OpenAI, ha rinviato la quotazione multimiliardaria del suo gruppo. Ed il Nobel per la fisica Geoffrey Hinton ha apertamente dichiarato che la possibilità che la razza umana si estingua a causa dell’AI «non mi sembra così assurda».
Questo susseguirsi di foschi scenari mostra sorprendenti analogie con quanto, un secolo fa, aveva previsto il geniale scrittore ceco Karel Čapek. A lui, tra l’altro, si deve la parola «robot», a dimostrazione di quanto le profezie sulle nuove tecnologie rappresentassero il suo pane quotidiano.
Ne «La guerra delle salamandre», scritto nel 1936, pochi anni prima della seconda guerra mondiale, Čapek aveva immaginato un esito analogo. Tutto, nel racconto, era nato con la scoperta in un’isoletta del Pacifico di una colonia di viscide ma (apparentemente) innocue salamandre che potevano essere addestrate per raccogliere ostriche e perle dal fondo del mare. Il capitano di un brigantino vi intravide l’affare del secolo ed iniziò a moltiplicare gli insediamenti di quegli animaletti addestrandoli con tecnologie sempre più sofisticate e armandoli per difendersi dagli assalti dei pescecani. In breve quelle salamandre si resero del tutto autonome dagli umani e, alla fine, si ribellarono ai loro padroni sterminandoli.
Il finale è amaro: le salamandre replicarono così bene le abitudini degli uomini che finirono per dividersi a loro volta facendosi la guerra. In un mondo in putrefazione i pochi uomini scampati al disastro videro sbigottiti davanti ai loro occhi uno scenario da diluvio universale. È facile intravedere i bersagli dell’allegoria di Čapek: i timori per il riarmo mondiale e per una guerra (che da lì a pochi anni sarebbe divampata), lo spavento per la diffusione delle nazi-salamandre in un mondo sempre più catturato dai proclami di Adolf Hitler, l’incapacità delle democrazie occidentali di contrastare le derive populiste.
Forse sono proprio questi accostamenti che rendono così attuale il messaggio dello scrittore ceco. Mentre nel dopoguerra la paura di un conflitto atomico spinse le superpotenze di allora (Usa e Urss, soprattutto) a trovare terreni d’intesa per limitare i rischi di una guerra globale, oggi, alle prese con l’AI, non si intravede un’analoga sintonia.
La Cina è preoccupata che l’Intelligenza Artificiale occidentale entri negli algoritmi di comando del partito comunista e, intanto, sottrae da ChatGPT e Anthropic miliardi di token di risposte da usare per addestrare i propri modelli. La Russia con gli agenti (segreti, potremmo dire) AI si esercita al gioco che meglio le riesce, l’hackeraggio. E, sempre lui, il presidente Usa Donald Trump, ha definito in questi giorni i timori sulla sicurezza dell’AI un’altra delle «bufale e truffe» ai danni dell’America che, a suo giudizio, non deve perdere la supremazia su una tecnologia strategica in pieno sviluppo. Sembra di sentire il capitano delle salamandre!
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