Spread e politica monetaria: le sfide per il settore dei deteriorati

Il Tpi, lo scudo antispread introdotto dalla Bce, annuncia un cambio di scenario anche nella gestione dei crediti deteriorati

0
169

Il mercato italiano dei crediti deteriorati è fortemente influenzato dalla regolamentazione e dalla vitalità del tessuto economico. Attraverso questi due canali il settore risulta indirettamente esposto ai rischi di nuove pressioni speculative nei confronti del debito pubblico italiano, che potrebbero verificarsi al graduale venir meno dei presidi straordinari introdotti a seguito della pandemia e delle crisi finanziarie precedenti.

Lo scenario di riferimento

L’industria del credit management, così come il mercato dei crediti deteriorati ad essa collegato, è stata caratterizzata da diversi profili evolutivi e, talvolta, da fenomeni di vera e propria disruption, a causa delle modifiche nel quadro regolamentare (IFRS 9, GACS, Calendar Provisioning, Definizione Default etc.), delle operazioni societarie, dall’ingresso di nuovi operatori e dalla trasformazione di alcuni operatori incumbent, unitamente ad altri trend che hanno caratterizzato il mondo dell’intermediazione finanziaria (Fintech, automazione dei processi, spostamento dall’intermedia zione alla consulenza, etc).

A partire dai primi mesi del 2022, dopo la sostanziale discontinuità legata alla pandemia, lo scenario macro è diventato fortemente incerto a causa degli squilibri geopolitici ingenerati dal conflitto in Ucraina, che si aggiungono alle preoccupazioni per il ritorno dell’inflazione e dalla necessità da parte delle banche centrali di attuare politiche monetarie restrittive.

In questo quadro problematico, la fragilità del sistema italiano, per le dimensioni rilevanti del debito pubblico e il rischio di possibili tensioni speculative, già sperimentate nel corso della crisi dei debiti sovrani del 2012, costituisce un fattore di sostanziale criticità.

“La classe politica del Paese ha dimostrato una volta ancora un atteggiamento opportunistico”

TPI lo scudo Anti Spread

Per attenuare il rischio per i paesi europei con elevato debito pubblico, lo scorso 21 luglio la Banca Centrale Europea ha introdotto il Transmission Protection Instrument (TPI), quello che i media hanno ribattezzato come scudo antispread. Nel linguaggio forbito dei banchieri centrali, il nuovo presidio per la stabilità della moneta unica è stato inquadrato all’interno di una narrazione improntata al ritorno alla normalità.

Il messaggio di fondo è che il lungo periodo di tassi d’interesse negativi e abbondante liquidità erano stati giusti ficati da circostanze eccezionali (dalla crisi dei debiti sovrani alla pandemia da Covid 19) che hanno richiesto interventi fuori dall’ordinario. Al venir meno di questi fattori consegue logicamente che anche la politica monetaria si adegui al nuovo scenario con tassi d’interesse maggiori di zero e limiti precisi all’attività di acquisto dei titoli di debito sovrano sul mercato secondario.

Dunque si può dire che il rischio di at tacchi speculativi contro i paesi caratterizzati da elevato rapporto Debito PIL sia diventato un elemento strutturale, da gestire con strumenti ordinari. Non un’evenienza da scongiurare mediante interventi ad hoc, come è avvenuto con il celebre “Whatever it takes” di Mario Draghi quando occupava la poltrona di presidente della BCE.

Le incertezze del sistema Italia

Qualche giorno prima dell’annuncio dell’introduzione del TPI, l’ampia maggioranza che sosteneva il governo guidato da Mario Draghi è venuta meno, portando il presidente del consiglio alle dimissioni e il paese alle elezioni anticipate. La classe politica del nostro paese ha dimostrato una volta ancora un atteggiamento opportunistico, improntato alla ricerca del consenso di breve termine e al rinvio delle misure più impopolari, confidando in qualche possibile vincolo esterno o potenziale governo tecnico per aggiustare la rotta nei momenti di difficoltà.

L’instabilità strutturale prodotta da questo tessuto politico comporta conseguenze rilevanti per il paese, disincentivando gli investimenti sia interni che esteri e riducendo in ultima istanza la crescita nel medio termine. Osservando lo spread BTPBund come indicatore delle aspettative dei mercati, si può rilevare come la distanza rispetto ai titoli tedeschi aumenti nei momenti in cui si verificano eventi che potrebbero aggravare gli squilibri macroeconomici del Paese. Si tratta in genere di crisi di governo, leggi di bilancio che si discostano da un percorso di consolidamento delle finanze pubbliche, oppure di risultati elettorali rilevanti conseguiti da partiti politici percepiti come destabilizzanti o portatori di istanze antisistema. Le prospettive per il mercato e per gli operatori.

La gestione dei crediti deteriorati è tipicamente ritenuta un settore anticiclico nel quale i carichi di lavoro e i volumi scambiati aumentano durante le recessioni, a fronte dell’incremento nel numero dei fallimenti e delle inadempienze. In seguito, durante le fasi di espansione del ciclo economico, il comparto beneficia in genere di recuperi più elevati sui crediti già in lavorazione.

La debolezza che caratterizza il nostro paese in termini di instabilità politica e squilibri macroeconomici (in primis stock del debito pubblico rispetto al PIL) può influenzare il comparto attraverso i seguenti canali:

• aumento del rischio paese valutato dagli investitori stranieri, che hanno giocato un ruolo rilevante tanto nella crescita del mercato dei deteriorati, quanto nell’attività di M&A sulle piattaforme di gestione;

• ridotto potere negoziale nei tavoli dove vengono discussi gli aggiornamenti regolamentari, perché i rappresentanti del nostro paese vengono percepiti come interlocutori transitori;

• graduale deterioramento del tessuto produttivo per mancanza d’incentivi all’innovazione e all’investimento in capitale fisico e risorse umane, che influenza le operations dei player più strutturati nella gestione dei crediti.

È difficile fare previsioni e quantificare ex ante gli effetti sull’industria della gestione del credito di possibili attacchi speculativi contro il debito pubblico, tuttavia è ragionevole argomentare che questa fragilità strutturale della finanza pubblica italiana debba diventare un ulteriore elemento di valutazione all’interno delle politiche di risk management di tutti i principali operatori del settore.