Epiq AACER, data provider per i default negli Usa, ha appena comunicato che tra il 1° gennaio e il 30 giugno il numero totale di dichiarazioni di fallimento negli Stati Uniti è aumentato del 12% su base annua. L’aumento è stato particolarmente marcato (+50%) per le piccole imprese che utilizzano i default ai sensi del sottocapitolo V per riorganizzare i propri debiti. I nuovi dati sono stati analizzati in un articolo di American Banker che, tuttavia, non mostra particolare allarme.
«Le piccole e medie imprese del Paese stanno davvero faticando», ha sottolineato al giornale Christopher Ward, socio dello studio legale Lowenstein Sandler e presidente del consiglio di amministrazione dell’American Bankruptcy Institute. «Considerata la situazione economica attuale, la guerra in corso, i tassi di interesse elevati che persistono e non sono diminuiti come previsto dalla maggior parte degli esperti, e l’inflazione che ne consegue, la situazione sta iniziando a colpire duramente le piccole e medie imprese».
Segnali di peggioramento sulla qualità del credito arrivano anche dai consumatori. «I ritardi nei pagamenti dei prestiti auto rimangono vicini ai massimi pluriennali, l’attività di pignoramento è aumentata notevolmente e i saldi delle carte di credito e altri obblighi di debito continuano a spingere le persone a ricorrere alle procedure di fallimento previste dai capitoli 7 e 13», ha dichiarato Michael Hunter, vicepresidente di Epiq AACER.
Allo stesso tempo, tuttavia, l’aumento del volume delle istanze di fallimento non è motivo di allarme per le banche. Dopo che l’ingente immissione di liquidità operata dal governo nel corso dell’era Covid aveva fatto diminuire drasticamente il numero dei fallimenti, si starebbe semplicemente tornando alla normalità. Christopher Marinac, analista del settore bancario presso Brean Capital, prevede che quest’anno le dichiarazioni di fallimento, incluse quelle di individui e aziende, raggiungeranno quota 626.000.
Questo dato è in realtà inferiore rispetto alle 775.000 dichiarazioni di fallimento del 2019 e agli 1,2 milioni del 2012. Se la diminuzione osservata tra il 2025 e il 2026 dovesse persistere, ci vorranno 2 anni e mezzo – ha spiegato ancora l’analista – per raggiungere nuovamente il livello di fallimenti del 2019.
Se il numero di fallimenti negli Stati Uniti continua ad aumentare, ciò che conta – si chiede ancora American Banker – è se le banche stiano accantonando riserve adeguate alle perdite. Nel primo trimestre del 2026, i prestiti in sofferenza sono aumentati di 4,4 miliardi di dollari, superando l’incremento di 1,6 miliardi di dollari degli accantonamenti per perdite su crediti, secondo i dati raccolti dalla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC).
A giudizio di Marinac, però, il rischio è «gestibile, e le banche che si occupano di prestiti al consumo, che sono principalmente i grandi operatori nazionali, ad esempio quelli del settore delle carte di credito o dell’automotive, hanno utili elevati al momento. E se dovessero riscontrare un paio di problemi imprevisti sul credito al consumo di cui non ci hanno parlato, saranno in grado di gestirli».
Per le grandi imprese Usa il polso della situazione è stato testato dalla rilevazione mensile sui default di S&P Market Intelligence, che rileva le istanze presentate da società con debito quotato con attività e passività per almeno 2 milioni di dollari e società non quotate con attività e passività per almeno 10 milioni di dollari.
Nel mese di giugno le dichiarazioni di fallimento aziendale negli Stati Uniti hanno eguagliato il massimo mensile del 2026 con 72 istanze presentate. Nei primi sei mesi dell’anno sono state presentate 372 istanze di fallimento aziendale, il numero più alto per il primo semestre dal 2010.
Nonostante l’aumento, però – sottolinea S&P Market Intelligence – i mercati del credito non hanno mostrato una maggiore preoccupazione per un più ampio rischio di default tra le società statunitensi con rating speculativo. Lo spread sull’indice CDX North American High Yield a cinque anni si è ridotto a quasi 304 punti base alla fine di giugno, rispetto al recente picco di oltre 406 punti base raggiunto alla fine di marzo.
L’indice CDX North American High Yield è un paniere di contratti credit default swap (CDS) liquidi che funge da benchmark per il rischio di default percepito tra le società statunitensi quotate con rating speculativo. La conclusione è quindi la stessa: i numeri dei default sono in aumento, ma i mercati del credito Usa non percepiscono un aumento significativo dei rischi o, almeno, non lo stanno prezzando.
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