Un rischio sistemico si sta formando sotto la superficie di mercati ancora relativamente stabili: è quello legato al credito privato e agli investimenti nell’intelligenza artificiale, in un contesto in cui il costo del capitale torna a salire e le attese di un taglio dei tassi si allontanano.
L’analisi, ripresa dal quotidiano francese Les Echos, prende forma nel contributo di Thierry Breton, già ministro delle Finanze ed ex commissario al Mercato interno, che mette in fila segnali macrofinanziari difficili da ignorare.
Gli indicatori della Banca dei regolamenti internazionali mostrano come uno scostamento persistente tra credito e Pil aumenti la probabilità di crisi bancarie nel giro di pochi anni, soprattutto quando si accompagna a un boom degli asset finanziari e immobiliari. In effetti, a inizio 2026 gli spread restano compressi, segno di un appetito per il rischio ancora elevato, ma allo stesso tempo emergono segnali di fine ciclo, tra cui il rincaro del finanziamento per i leveraged loans e le prime tensioni di liquidità nel private credit.
In questo scenario prende corpo quella che viene definita una bolla legata agli investimenti in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, sostenuta da spese in forte crescita da parte degli hyperscaler (grandi aziende tech globali) e da strutture di finanziamento sempre più complesse e spesso fuori bilancio.
Il punto è che una quota crescente di questi investimenti si regge su debito privato e su impegni di lungo periodo, creando una rete di interconnessioni tra fondi, assicurazioni e sistema bancario che potrebbe amplificare eventuali shock. I segmenti più esposti restano quelli del software e del SaaS (Software as a Service), già caratterizzati da livelli di indebitamento elevati e sensibili alle oscillazioni delle valutazioni tecnologiche. Come osserva Breton, «si crea un sistema in cui il rischio può propagarsi rapidamente in caso di rifinanziamento più oneroso o di improvviso repricing».
Il fattore geopolitico introduce un elemento ulteriore. Negli ultimi anni, una parte rilevante della narrativa sul finanziamento dell’AI americana si è basata sulle promesse di capitali provenienti dal Golfo e da altri grandi investitori internazionali, una sorta di «muraglia di capitali stimata tra i 2.000 e i 3.000 miliardi di dollari». Tuttavia, la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno cambiato radicalmente il quadro: il rincaro dell’energia aumenta il costo del capitale, mentre i Paesi del Golfo devono riorientare le proprie priorità verso la stabilità interna, la sicurezza e la gestione dei conti pubblici. Non a caso, sottolinea Breton, «la priorità diventa la stabilizzazione interna e non più i megaprogetti tecnologici all’estero».
Di qui il rischio concreto che una parte significativa di quelle promesse non si materializzi o venga rinviata. Il venir meno di questo sostegno implicito potrebbe togliere al mercato quello che era percepito come un vero e proprio paracadute finanziario, con effetti a catena: aumento del costo del capitale per gli operatori dell’AI, maggiore pressione sul private credit e, infine, una correzione delle valutazioni.
In uno scenario di base, se le principali società legate all’intelligenza artificiale perdessero tra il 25% e il 35% del loro valore e, allo stesso tempo, aumentasse il premio richiesto dagli investitori per i titoli più rischiosi (high yield), si potrebbe arrivare a una perdita complessiva di valore di migliaia di miliardi di dollari, con un conseguente irrigidimento delle condizioni di accesso al credito per imprese e mercati.
Il nodo non è tanto la dimensione della crisi, quanto la sua natura: uno shock di fiducia legato a debito tecnologico e capitali esteri meno solidi del previsto. Come osserva Breton, «il problema non è la guerra, ma quando si scopre che la muraglia di capitali era più narrativa che realtà»: a quel punto geopolitica e finanza diventano il cuore del rischio.
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