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Il paradosso delle banche solide: il vuoto silenzioso del credito alle PMI

Negli ultimi quindici anni il sistema bancario europeo ha raggiunto un obiettivo fondamentale: diventare più solido. Più capitale, più controlli, più disciplina. Oggi le banche sono strutturalmente più resilienti, meno esposte a shock improvvisi e molto più presidiate sotto il profilo regolamentare. È difficile immaginare una crisi sistemica con gli effetti dirompenti che abbiamo visto dopo il 2008 o le ricorrenti crisi bancarie, spesso superate con aiuti pubblici.

Ma questa maggiore solidità ha generato un effetto collaterale sempre più evidente e, per certi versi, sottovalutato: meno credito alle imprese. Non solo nell’ammontare assoluto, ma soprattutto in termini di qualità, accessibilità e capacità di affrontare la complessità.

Il sistema oggi funziona molto bene per ciò che è standard. Imprese con bilanci lineari, strutture finanziarie semplici e profili di rischio facilmente modellizzabili trovano credito sufficientemente veloce, abbondante e a prezzi molto competitivi. Il problema nasce appena si esce da questo perimetro. Ed è proprio fuori da questo perimetro che si concentra una parte rilevante dell’economia reale.

Le operazioni complesse non sono scomparse, ma sono diventate selettive per scala. Vengono prese in considerazione solo quando i ticket sono sufficientemente grandi da giustificare la complessità istruttoria e quando la struttura è tale da risultare difendibile anche sotto il profilo regolamentare. A guidare le scelte è sempre più l’RWA, l’assorbimento di capitale, più che la sostenibilità economico-finanziaria dell’operazione. Tutto il resto resta fuori. Ed è un resto enorme, che coincide in larga parte con il tessuto delle PMI.

Non si tratta necessariamente di imprese più rischiose. Si tratta di imprese più difficili da analizzare, meno standardizzabili, spesso troppo piccole per sostenere i costi di una valutazione approfondita all’interno di un sistema che ha industrializzato il credito. La trasformazione è evidente: il credito è passato da attività decisionale, basata su conoscenza e relazione, a processo industriale, guidato da modelli, policy e parametri. In questo modello, ciò che è standard viene finanziato bene; ciò che è complesso viene escluso a monte. Non per scelta, ma per costruzione del sistema.

Un ruolo non secondario in questa evoluzione lo hanno avuto anche i programmi di finanziamento assistiti da garanzia pubblica. Strumenti fondamentali in fasi emergenziali, che hanno consentito di sostenere rapidamente il tessuto produttivo, ma che sono stati utilizzati in modo spesso indiscriminato e con finalità e strutture poco coerenti. La presenza della garanzia ha ridotto l’incentivo a entrare nel merito delle singole operazioni, spostando l’attenzione dalla qualità del credito alla copertura del rischio. Il risultato è stato duplice: da un lato un’allocazione non sempre efficiente delle risorse, dall’altro un ulteriore indebolimento della capacità, da parte del sistema bancario, di analizzare in profondità le singole realtà aziendali.

Il risultato complessivo è un vuoto crescente. Un vuoto che, in teoria, dovrebbe essere colmato da operatori alternativi – fondi di private debt, piattaforme specializzate, investitori non bancari. In pratica, questo avviene solo in minima parte. Questi operatori si concentrano su operazioni di dimensione medio-alta, richiedono strutture già evolute e operano con un costo del capitale significativamente più elevato. Soprattutto, non hanno la capillarità e la profondità relazionale che storicamente appartenevano alle banche. Così una larga parte di imprese si trova in una zona grigia: non più servita dal sistema bancario tradizionale, non sufficientemente interessante per gli operatori alternativi.

In questo contesto emerge un altro elemento chiave, spesso sottovalutato: la qualità dell’informazione. Se il credito è sempre più guidato da dati e modelli, l’opacità diventa un ostacolo strutturale. L’incompletezza informativa non rallenta il processo, lo blocca. Per tornare a essere finanziabili, soprattutto al di fuori dei percorsi standard, le imprese devono fare un salto culturale. Serve apertura completa alle fonti informative, dalla movimentazione bancaria al cassetto fiscale, e serve soprattutto coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che accade nei flussi reali. I cash flow devono essere solidi, tracciabili, dimostrabili. Il sommerso, che in passato poteva essere in parte compensato dalla relazione bancaria, oggi rappresenta un fattore di esclusione automatica.

Da questo punto di vista, anche banche e professionisti sono chiamati a un cambio di approccio: accompagnare le imprese verso strutture finanziarie sostenibili nel tempo, non limitarsi a tamponare esigenze di cassa che, nel medio periodo, finiscono per squilibrare anche realtà industrialmente sane.

Il paradosso è quindi evidente. Abbiamo costruito un sistema bancario più sicuro, più efficiente e più controllato, ma anche più selettivo, più standardizzato e meno capace di interpretare la complessità. Il rischio non è scomparso: è stato redistribuito. Si è spostato dalle banche alle imprese, in particolare a quelle che non rientrano nei modelli, comprimendone la capacità di crescita e, nei casi più estremi, forzandone l’uscita dal mercato, con effetti diretti su PIL e occupazione.

In questo scenario, la vera sfida non è aumentare il credito, ma tornare a saperlo fare. Ricostruire competenze, processi e modelli che consentano di analizzare e finanziare anche ciò che non è standard, senza rinunciare alla disciplina imposta dal contesto regolamentare. È su questo equilibrio – tra rigore e capacità di interpretazione, tra modelli e giudizio – che si giocherà la sostenibilità futura del rapporto tra sistema finanziario ed economia reale.

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Paolo Gesa
Paolo Gesa
Amministratore Delegato di Credito Lombardo Veneto (CLV), ha ricoperto in precedenza la carica di Ceo di Officine CST e di direttore business di Banca Valsabbina.
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