Un fossile chiamato cambiale resiste all’innovazione finanziaria, al servizio di quanti hanno bisogno di credito e, esclusi dai circuiti normali di finanziamento, sono arrivati all’ultima spiaggia. Lo segnala un articolo del Quotidiano Nazionale, secondo cui ogni anno ammonta a 157 milioni di euro il valore dei crediti rappresentati da quei fogli di carta filigranati che non vengono onorati.
La cambiale, regolata da un Regio Decreto del 1933, ha attraversato alti e bassi nella vita del Paese. Ha conosciuto il suo momento di boom – enfatizzato anche nei film di Totò – negli anni Sessanta, quando serviva a comprare la prima lavatrice o la Fiat 500. Oggi – sottolinea il giornale – «è diventata uno strumento di pura sopravvivenza, una nicchia economica silenziosa alimentata dal credit crunch (la stretta creditizia delle banche) e dalle necessità di chi è tagliato fuori dai circuiti finanziari tradizionali».
La sua virtù, agli occhi di chi la detiene, è quella di essere un titolo esecutivo. Se chi l’ha firmata non paga alla scadenza, il creditore può saltare la trafila di una causa civile (che in Italia richiede anni) e passare direttamente, tramite precetto, al pignoramento dei beni del debitore.
Il giro d’affari complessivo non è irrilevante, come certificano i dati dell’Istat sul Registro Informatico dei Protesti tenuto dalle Camere di Commercio. In Italia vengono emesse ancora circa 6,15 milioni di cambiali all’anno. Quando il pagamento salta alla scadenza, scatta inevitabilmente il protesto. E qui i numeri fotografano una realtà precisa: su circa 225mila titoli di credito protestati ogni anno in Italia, l’89,2% è rappresentato proprio da cambiali, mentre gli assegni coprono appena il 10,8% del totale.
Il valore monetario delle sole cambiali andate a vuoto sfiora i 157 milioni di euro all’anno. Il fenomeno colpisce soprattutto le tasche dei privati: oltre il 60% delle cambiali protestate è associato a persone fisiche, a dimostrazione di come lo strumento sia utilizzato come micro-finanziamento familiare e non solo commerciale.
La Campania è la regione leader in Italia per l’utilizzo di questi titoli, seguita a ruota da Sicilia e Puglia. Le insolvenze, invece – spiega ancora il Quotidiano Nazionale – non risparmiano il resto del Paese. I tassi di protesto restano infatti percentualmente alti anche nel Nord-Ovest.
Iscriviti alla newsletter: https://www.bebankers.it/newsletter/


