L’analisi del rischio antiriciclaggio si sta sempre più spostando dal singolo cliente all’ecosistema nel quale opera: assetti proprietari, titolarità effettive, gruppi societari, collegamenti internazionali, comportamenti di pagamento e informazioni economico-finanziarie concorrono sempre più a definire il profilo di rischio AML (Anti-Money Laundering) di un privato e/o di un’impresa. È l’indicazione che giunge da Crif, che ha costituito un osservatorio specifico raccogliendo i dati di 340.000 gruppi societari che comprendono oltre 744.000 società di capitali e più di 103.000 società di persone.
L’analisi condotta da Crif evidenzia che il 17,5% dei soggetti presenta collegamenti con imprese e che il 5,1% ricopre ruoli chiave o detiene partecipazioni in aziende operanti in settori a maggiore attenzione AML, quali fondi pubblici, gestione dei rifiuti ed edilizia. Parallelamente, oltre l’11% dei titolari effettivi controlla due o più imprese e il 20,8% è collegato a società attive in comparti ad alta attenzione antiriciclaggio.
La realtà societaria cambia continuamente ed è necessario monitorarne le dinamiche per poter valutare il rischio di una transazione sospetta. Ogni mese, sottolinea l’Osservatorio di Crif, l’1,05% delle imprese italiane modifica il proprio titolare effettivo, mentre il 3,09% presenta catene partecipative articolate su almeno tre livelli societari. Inoltre, nello 0,85% dei casi è presente una fiduciaria e nello 0,34% una società cessata o cancellata all’interno della catena di controllo.
«Evidenze che confermano la necessità di superare una logica di aggiornamento periodico a favore di un monitoraggio più continuo e basato sugli eventi che incidono sul profilo della controparte», sottolinea il report.
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