Per il momento non si tratta di un cambio di indirizzo quanto, piuttosto, dell’avvio di una riflessione. La Banca d’Italia, per bocca del Capo del Dipartimento Vigilanza bancaria Giuseppe Siani, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario dell’Università Cattolica, è tornata sul discusso tema dell’applicazione del calendar provisioning (accantonamenti progressivi sui crediti deteriorati in base a un “calendario” prestabilito, indipendentemente dalla rischiosità del credito) alle banche di minori dimensioni, quelle che nel linguaggio dei regulator sono definite «less significant». Quell’estensione, decisa dalla BCE e da quest’anno applicata nel nostro Paese dalla Banca d’Italia in un processo che si concluderà nel 2028, ha determinato sfaceli (diretti e indiretti) per la gran parte dei piccoli istituti di credito il cui modello di business includeva l’acquisto e la gestione di portafogli di crediti deteriorati. Ne ha fatto le spese inizialmente Illimity, la banca fondata da Corrado Passera, circostanza che ha favorito la sua acquisizione da parte di Banca Ifis. Ma anche quest’ultima, alla fine, ha dovuto prendere atto dell’inconciliabilità del calendar provisioning con la gestione dei deteriorati, annunciando recentemente un cambio radicale del proprio modello di business con l’abbandono dell’operatività in NPL (non-performing loans).
Gli effetti più devastanti delle regole della vigilanza si sono comunque abbattuti su BFF Bank, un piccolo istituto di credito specializzato nel factoring della pubblica amministrazione. L’analisi di quella vicenda si presta a molte considerazioni. Il mestiere di BFF è quello di scontare le fatture dei fornitori della PA (prevalentemente aziende sanitarie), mitigando gli effetti dei grandi ritardi con cui il pubblico paga i propri creditori. Però poi, alla fine, lo Stato (garante anche per le proprie aziende sanitarie) paga, interessi di mora compresi.
E qui può essere toccata con mano una prima aporia della normativa di vigilanza perché un credito deteriorato nei confronti della PA, benché non onorato nei tempi stabiliti, non si tradurrà mai in un default (a meno che non sia lo Stato a fallire). Pertanto l’appostazione di ingenti accantonamenti prudenziali è ingiustificata perché non corrisponde a un’effettiva valutazione dei rischi. Ed infatti il calendar provisioning si scontra con quanto stabiliscono gli stessi principi contabili, che richiedono una valutazione analitica del livello di rischio per giustificare l’appostazione di accantonamenti.
Di tutto questo sembra ora essersi accorta anche Via Nazionale. L’estensione del «calendar» alle piccole banche, ha spiegato Siani alla Cattolica, «avverrà comunque con gradualità e tenendo conto delle specificità dei singoli intermediari, evitandone l’applicazione ad alcune specifiche linee di attività (in particolare l’acquisizione e la gestione di crediti deteriorati e il factoring su crediti verso enti della pubblica amministrazione) per evitare effetti distorsivi».
Nel suo discorso l’esponente della vigilanza ha però inserito un caveat. La maggiore gradualità e discrezionalità riguarderà comunque soltanto la copertura dei crediti deteriorati erogati prima del 2019. Per quelli accordati in data successiva, l’estensione ai piccoli istituti di credito del calendar provisioning era già vincolante. L’effetto di questo cambio d’impostazione sarebbe pertanto modesto, considerando che per crediti non onorati di più lunga scadenza (quelli antecedenti il 2019) sembra difficile che una banca non disponga accantonamenti indipendentemente dall’esistenza di norme prudenziali.
Il fatto è che, nel caso di BFF, le regole del «calendario» vanno lette assieme a quelle che stabiliscono quando un credito debba essere classificato come deteriorato. Forse qualcuno ricorderà la pubblicità del bilama Gillette degli anni Settanta? La prima lama, diceva lo spot, aggancia il pelo sollevandolo parzialmente dal follicolo e poi, subito dopo, arriva la seconda lama a reciderlo con decisione prima che lo stesso possa ritirarsi nel suo alloggiamento originario. Per gli NPL, fatte le dovute proporzioni, accade lo stesso. I crediti vengono prima classificati come deteriorati e poi arriva, zac, il calendar provisioning a imporre gli accantonamenti prudenziali.
Ebbene, la definizione di credito deteriorato della BCE è molto minuziosa, sottoposta a regole e regolette che, esaminate separatamente, hanno una loro giustificazione. Ma che, valutate nel complesso, possono produrre una miscela esplosiva. Ad esempio c’è la norma del «contagio» secondo la quale, se un debitore è in grave ritardo su una posizione (facendo scattare la qualifica di past due o inadempienza), il «contagio» fa sì che tutte le altre esposizioni o gli asset collegati verso lo stesso soggetto debbano essere riclassificati come rischiosi o deteriorati. Nel caso di BFF l’effetto contagio vale ben 800 milioni di euro e ad esso si aggiungono gli effetti (500 milioni di euro) di una più restrittiva interpretazione dei meccanismi sospensivi nel calcolo dei pagamenti arretrati. Fatti i conti, si tratta del grosso delle posizioni, per complessivi 1,4 miliardi, di cui la piccola banca sta cercando di liberarsi in tutta fretta.
Probabilmente sarebbe necessario che la vigilanza potesse utilizzare discrezione e flessibilità anche nell’applicazione delle singole norme così da far emergere i comportamenti effettivamente censurabili del management. Come la pratica utilizzata dai vecchi amministratori di BFF di avviare contenziosi legali a raffica con le pubbliche amministrazioni per cristallizzare le posizioni creditizie e impedire la loro classificazione come deteriorate.
La conclusione è già stata segnalata su queste colonne. Proseguendo in questo approccio minuzioso e assolutamente prescrittivo sulle regole della vigilanza bancaria e del calendar provisioning, c’è il rischio che significativi portafogli di crediti difficili vengano trasferiti dal sistema bancario, altamente regolamentato, a soggetti del private capital che non sono sottoposti alle stesse regole e hanno un livello molto più basso di controlli e protezione.
Nel caso del factoring con la pubblica amministrazione c’è anche un pericolo aggiuntivo. I possibili intoppi nella filiera del credito e nella gestione delle situazioni più complicate potrebbero rendere più diffidenti gli abituali fornitori a continuare a fare affari con la PA per la maggiore difficoltà nel ricorrere al factoring per liquidare le posizioni più complesse.
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