Crediti deteriorati: in dieci anni lo stock è diminuito dell’85,7 per cento

Secondo l’ultimo report di Bankitalia l’aggregato è passato dai 340,8 miliardi del settembre 2015 ai 48,6 miliardi dello stesso mese del 2025

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I crediti deteriorati in Italia si sono ridotti drasticamente nell’arco di un decennio. Dal settembre 2015 allo stesso mese del 2025 lo stock complessivo è sceso da 340,8 miliardi a 48,6 miliardi di euro, con una contrazione dell’85,7 per cento, portando il rischio di credito su livelli contenuti. I dati provengono dal report «Banche e istituzioni finanziarie: condizioni e rischiosità del credito» pubblicato a fine anno dalla Banca d’Italia, e confermano il trend che, mese dopo mese, documentano anche i dati dell’Abi.

Il calo più marcato riguarda le sofferenze in senso stretto, passate da 198,8 miliardi nel 2015 a 16,9 miliardi nel 2025, con una riduzione di 181,9 miliardi (–91,5 per cento). Forte ridimensionamento anche per le inadempienze probabili, scese del 79,5 per cento.

Nell’anno appena trascorso l’ammontare dei crediti deteriorati è sceso per la prima volta sotto i 50 miliardi e l’ultimo aggiornamento del report di via Nazionale, che ha cadenza trimestrale, mostra a settembre un’ulteriore diminuzione di questo aggregato. Guardando alle differenze territoriali del Paese, è nel Nord Ovest (che include la Lombardia) l’area in cui si concentra il maggiore ammontare di crediti deteriorati (14,3 miliardi). Seguono l’Italia centrale (12 miliardi) e il Nord Est (9,9 miliardi).

Rispetto al valore dei crediti deteriorati comunicato dall’Abi e relativo allo stesso mese di settembre, pari a 29,4 miliardi, la differenza dei dati si spiega con il fatto che l’associazione bancaria analizza l’andamento dei crediti deteriorati al netto delle svalutazioni e degli accantonamenti già effettuati dalle banche.

La Banca d’Italia, invece, mostra l’andamento delle sofferenze al lordo delle svalutazioni e al netto dei passaggi a perdita.

Nel commentare i dati del report di via Nazionale, Giuseppe Spadafora, vicepresidente di Unimpresa, ha osservato che «la sfida ora è politica ed economica insieme: usare la stabilità del settore bancario come leva per sostenere investimenti, crescita e occupazione, evitando sia allarmismi ingiustificati sia un eccesso di prudenza che rischierebbe di comprimere il credito all’economia reale».

Il calo costante e strutturale del credito deteriorato «rappresenta uno dei più affidabili indicatori dello stato di salute del sistema bancario italiano. La drastica riduzione delle sofferenze rispetto ai livelli di dieci anni fa, e il loro ulteriore ridimensionamento nell’ultimo biennio, fotografano banche più solide, patrimonializzate e capaci di gestire il rischio in modo ordinato».

In questo contesto, la richiesta di un contributo aggiuntivo da 4,5 miliardi di euro al settore bancario in arrivo con la Legge di Bilancio 2026 appare ad Unimpresa «sempre più giustificata. Non come misura punitiva, ma come riconoscimento del fatto che il sistema oggi opera in condizioni di stabilità e forza nettamente superiori al passato. Una solidità che consente alle banche di partecipare, in modo proporzionato, allo sforzo di finanza pubblica, senza compromettere la loro funzione essenziale di sostegno all’economia reale».

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