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Europa: la crescita delle NBFI pone ostacoli all’efficacia della politica monetaria

Uno studio della Bce sottolinea il crescente ruolo delle entità non bancarie e la loro preferenza ad allocare oltre Atlantico i loro investimenti

In Europa il tradizionale meccanismo della politica monetaria rischia di incepparsi. Tradizionalmente una banca centrale (la Bce, in questo caso) invia i suoi impulsi al sistema economico alzando o abbassando i tassi d’interesse a breve termine, ciò che si ripercuote sui prestiti bancari con il risultato di controllare, per questa via, il ciclo degli investimenti, l’andamento dell’inflazione e delle aspettative degli operatori.

Nella sostanza il meccanismo della politica monetaria è rimasto lo stesso ma, negli ultimi anni, le diverse tessere del mosaico hanno iniziato a comportarsi diversamente rispetto alle aspettative. In particolare, le banche stanno orientando le loro preferenze di investimento verso le istituzioni finanziarie non bancarie, note con l’acronimo NBFI, a dispetto delle imprese. E le NBFI, a loro volta, privilegiano le azioni americane rispetto alle società del Vecchio Continente.

Questi sviluppi stanno quindi limitando l’efficacia della politica monetaria accomodante perseguita negli ultimi anni. La BCE ha gradualmente ridotto il suo tasso di interesse di riferimento, dal 4,5% del 2024 al 2% di oggi, al fine di incoraggiare i prestiti e la crescita economica. Tuttavia, l’ascesa degli istituti finanziari non bancari (NBFI), che si appropriano in parte dei prestiti bancari e investono maggiormente oltreoceano, ne limita gli effetti.

È questa la conclusione sconsolata di uno studio firmato da alcuni ricercatori della Banca Centrale Europea (Donon Henricot, Caterina Mendicino, Luis Molestina Vivar, Wouter Wakker e Jakob Wenzl), pubblicato sul blog della stessa istituzione finanziaria.

Negli ultimi anni il ruolo degli NBFI — un aggregato che include fondi di investimento, compagnie assicurative, hedge fund e altri operatori — è significativamente aumentato, passando da 11.000 miliardi di euro di attività nel 2018 a 17.000 miliardi di euro alla fine del 2025. In questo perimetro le società di gestione patrimoniale pesano per circa il 60 per cento.

Il fatto è che l’allocazione di questi portafogli si è spostata gradualmente oltre Atlantico. «Gran parte di ciò — spiegano i ricercatori — riflette la performance eccezionale dei titoli azionari statunitensi, soprattutto nel settore tecnologico. Questo ha sistematicamente aumentato il loro valore rispetto alle partecipazioni europee». Ma non è solo una questione di valutazione. Gli NBFI, in particolare i fondi di investimento, «non si limitano a detenere azioni statunitensi, ma le hanno anche acquistate».

Dalla fine del 2023, gli istituti finanziari non bancari dell’area euro hanno aumentato la loro allocazione in azioni societarie statunitensi di circa 2,7 punti percentuali tramite acquisti netti. Allo stesso tempo, hanno ridotto la loro allocazione in azioni societarie dell’area euro di circa 1,5 punti percentuali, contribuendo di meno, pertanto, al finanziamento del capitale di rischio dell’economia del Vecchio Continente.

A questo trend se ne è aggiunto anche un altro. L’esposizione delle banche europee verso gli istituti finanziari non bancari è aumentata, raggiungendo circa l’11% del totale degli attivi alla fine del 2025. La maggior parte di questi finanziamenti assume la forma di prestiti diretti, prevalentemente a fondi di investimento e altre istituzioni finanziarie, principalmente prestiti a breve termine garantiti (reverse repo, cioè operazioni di pronti contro termine). Una fetta significativa di queste risorse è destinata a entità che sono fuori dall’area dell’euro.

Sono proprio quelle operazioni a breve termine che risentono più rapidamente degli stimoli della politica monetaria. Quest’ultima, pertanto, corre il rischio di sbagliare bersaglio. La BCE allenta le condizioni monetarie con l’obiettivo di favorire gli investimenti delle imprese europee e, invece, del migliore clima creditizio si avvantaggiano le NBFI che, a loro volta, investono preferibilmente in azioni Usa. Il risultato — sottolinea il report — è che le imprese europee «hanno maggiori difficoltà a ottenere finanziamenti».

Dal lato delle banche, «nell’attuale contesto geopolitico incerto, le operazioni di reverse repo verso istituti finanziari non bancari (NBFI) rappresentano un’opzione interessante», in particolare per quelle con posizioni patrimoniali più deboli. «Non sorprende quindi — sottolineano ancora i ricercatori — che questa espansione sia in linea con l’atteggiamento avverso al rischio che le banche hanno segnalato in recenti sondaggi».

Lo studio non lo afferma esplicitamente ma, in questa avversione al rischio, pesano anche i vincoli della regolamentazione bancaria che favoriscono, in termini di assorbimento di capitale, proprio quegli investimenti. Una sorta di eterogenesi dei fini che ha la conseguenza di diminuire l’efficacia della politica monetaria e, quel che più conta, di ridurre i flussi di finanziamento all’economia europea.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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