La crisi del private credit? È anche un’opportunità per il mondo private. Secondo l’agenzia di rating Fitch Ratings il tasso dei default del private credit Usa si è mantenuto al top (6%) anche nello scorso mese di maggio. Lo scorso mese Fitch ha registrato 14 eventi di default. I più colpiti sono stati gli emittenti dei settori sanitario, industriale e manifatturiero e dei servizi alle imprese con tre default ciascuno, mentre i settori alimentare e delle bevande e del tabacco, bancario e finanziario, dei trasporti e della distribuzione, dei servizi ambientali e delle telecomunicazioni ne hanno registrato uno ciascuno.
Questo scenario che da mesi alimenta le preoccupazioni degli investitori rappresenta una sfida per il mondo private che, allo stesso tempo, vi intravede un’opportunità. A segnalarlo è un commento apparso in questi giorni nella rubrica Lex del Financial Times che prende spunto da un recente fatto di cronaca finanziaria.
Questa settimana, un gruppo di finanziatori guidato da Blackstone ha acquisito Medallia, società di software rilevata nel 2021 dalla società di private equity Thoma Bravo per 6,4 miliardi di dollari. L’indebitamento dell’azienda era diventato insostenibile, quindi Thoma Bravo ha ceduto la società ai suoi creditori, registrando una perdita di 5 miliardi di dollari. Chi aveva finanziato quella società, Blackstone in testa, ne è divenuto ora azionista.
È un bene o un male? Senz’altro un bene, spiega il quotidiano britannico. «Rispetto a una complessa e costosa procedura di bancarotta ai sensi del Chapter 11, dove gli avvocati chiedono decine di milioni di dollari, una ristrutturazione del credito privato è un’operazione rapida ed economica».
Certo, non tutti gli operatori private possiedono le competenze di Blackstone e possono contemporaneamente operare sul versante del private credit come su quello del private equity.
Tuttavia la rapidità e l’efficienza di una simile ristrutturazione del debito risultano difficilmente replicabili nelle procedure di crisi gestite dai tribunali, con tempi molto più dilatati. Perché tutto questo si realizzi occorre una base di creditori limitata, rappresentata da investitori istituzionali.
Inoltre, «i finanziatori privati che un tempo si illudevano di poter vivere di un flusso costante di interessi farebbero bene a prepararsi a gestire le aziende come azionisti», osserva ancora il FT.
Steve Schwarzman, parlando di credito privato nel 2023, aveva descritto la diffusione dei prestiti non bancari come una sorta di gioco a basso attrito. Se qualcuno offre un rendimento del 12% senza prospettive di perdita, aveva dichiarato a una conferenza di settore, «è la cosa migliore che tu possa fare». Tuttavia, conclude il giornale, guadagnare un simile rendimento con rischio quasi nullo «è una prospettiva che non esiste, e probabilmente non è mai esistita».
Fin qui il mercato Usa, che ha dimensioni non paragonabili rispetto a quelle, più ridotte, del mercato del private credit europeo. Ma sarebbe possibile immaginare una simile evoluzione anche nel vecchio continente?
In un articolo recente per Il Sole 24 Ore, Anna Gervasoni, direttrice generale di AIFI, ha sottolineato che «in alcune delicate fasi cosiddette di special situations o di risanamento d’impresa, la strumentazione del debito privato, affiancata a quella del capitale di rischio, ha consentito ad alcune imprese di ripartire».
Perché la ristrutturazione del debito gestita dal mondo private possa rappresentare un’alternativa al Codice della crisi sono necessari intermediari con strutture finanziarie più robuste e competenze più estese. La domanda di questi servizi, in un’economia sottoposta a stress ricorrenti e che richiede tempi di reazione più rapidi, esiste già. È l’offerta a risultare ancora incompleta.
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