La Consob e l’indipendenza dalla politica

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La fumata nera nella designazione al vertice della Consob fa discutere. Quando tutto sembrava fatto, il Consiglio dei ministri ha ieri deciso di rinviare la scelta per la nomina del prossimo presidente della Consob, cui era destinato il sottosegretario del Mef (e deputato leghista) Federico Freni. Lo stop è venuto da Forza Italia, con motivazioni che il suo portavoce Raffaele Nevi ha così riassunto: «la designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto» gli azzurri, meglio un tecnico «autorevole e riconosciuto dagli operatori».

Nevi deve avere la memoria corta perché nel 2010 fu proprio un deputato di Forza Italia, Giuseppe Vegas (all’epoca anch’egli sottosegretario al Tesoro), a essere nominato presidente della commissione di controllo. In alternativa a Freni, Forza Italia preferirebbe promuovere a presidente l’attuale commissario della Consob Federico Cornelli. Vedremo che accadrà nelle prossime settimane. Una scelta andrà comunque fatta in tempi brevi, tenendo conto che l’incarico dell’attuale presidente Paolo Savona scade il prossimo 8 marzo.

La vicenda merita qualche considerazione. La legge istitutiva della Consob stabilisce che i membri della commissione debbano essere scelti tra «persone di specifica e comprovata competenza ed esperienza e di indiscussa moralità e indipendenza». L’essere un politico contrasta con il principio dell’indipendenza?

A scorrere l’elenco delle personalità che negli anni si sono avvicendate alla guida dell’Istituzione, poche volte la politica non ha messo un suo uomo alla guida di quell’organismo nevralgico per i controlli sul mercato finanziario. Senz’altro aveva una forte connotazione politica democristiana Franco Piga, presidente della Consob nel periodo 1984-1989. Ancora di più l’aveva il suo immediato successore Bruno Pazzi, ex proprietario del cinema-teatro Brancaccio di Roma nonché intimo di Giulio Andreotti, che fu arrestato negli anni Novanta per lo scandalo Enimont. Si trattò, forse, del periodo più buio per l’authority di vigilanza.

Molto più onorevole, sotto il profilo dell’indipendenza, fu l’esperienza di Enzo Berlanda, nonostante il suo passato politico (Dc, ex presidente della commissione Finanze del Senato). Con lui iniziò il periodo di maggiore lustro della Consob, proseguito con le presidenze dell’ex Bankitalia Tommaso Padoa-Schioppa (1997-1998) e dell’ex economista (ed anche deputato della sinistra indipendente) Luigi Spaventa. Di Vegas, presidente dal 2010 al 2017, si è già detto.

Ma anche l’attuale presidente, l’ex Bankitalia Paolo Savona, non è del tutto estraneo alla politica. Ex ministro nel governo Ciampi, è stato, in quota Lega, responsabile del dicastero per le politiche europee nel governo Conte. Questa lunga carrellata di nomi serve a ribadire che spesso il «timbro» politico ha prevalso nella scelta del presidente della Consob. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire, se non ci fosse un contesto attuale particolarmente sfidante, in cui la politica ha acquisito una nuova egemonia sul mondo degli affari e della finanza.

Il nuovo presidente della Consob dovrà, in particolare, cimentare la sua autorevolezza e indipendenza soprattutto su due fronti: le nuove regole sui mercati finanziari e lo scombussolamento negli assetti dell’industria finanziaria in seguito all’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps.

Il Parlamento sta discutendo proprio in queste settimane il varo del nuovo Testo unico della finanza (Tuf), di cui proprio Freni è considerato l’ispiratore. Sulla riforma Savona è intervenuto lo scorso novembre nel corso di un’audizione parlamentare, non lesinando critiche su alcuni aspetti centrali del provvedimento, ad esempio in tema di rappresentante designato per le assemblee societarie, di Opa e di voti multipli. Certo, se alla fine la scelta del presidente della Consob ricadrà comunque su Freni, si tratterebbe di una «messa in riga» per l’authority di vigilanza.

Ancora più sfidante, se vogliamo, è il contesto di mercato. Nei mesi scorsi la scalata di Mediobanca da parte di Mps è stata nei fatti favorita dal governo, ma ora è sotto lo scrutinio della magistratura di Milano, che sospetta un «patto occulto» tra Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore considerato vicino alla premier Giorgia Meloni, il presidente di Delfin Francesco Milleri e — come concorrente esterno — l’ad di Mps Luigi Lovaglio.

In un documento precedente alla discesa in campo dei magistrati, la Consob aveva negato l’esistenza del patto occulto ma, dopo l’avvio delle indagini, Savona ha spiegato che la commissione avrebbe potuto rivedere la sua posizione. Con Freni presidente la commissione farebbe l’ennesima giravolta? Dai comportamenti dell’authority può dipendere non tanto la scalata di Mediobanca, ormai irreversibile, quanto gli equilibri in Generali, i cui amministratori finora sono stati scelti da Piazzetta Cuccia in contrasto, negli ultimi anni, proprio con la coppia Caltagirone-Delfin.

L’attuale sottosegretario, per civetteria, è solito impreziosire i suoi interventi con citazioni colte. Se, alla fine, riuscirà comunque nell’intento di arrivare alla presidenza della Consob, potrebbe aggiungere alla sua libreria «Assassinio nella cattedrale», il dramma di Thomas S. Eliot dedicato alla figura di Thomas Becket. Nominato vescovo di Canterbury dal re Enrico II, Becket decise di difendere strenuamente l’autonomia della Chiesa dalle ingerenze della Corona inglese, fino al punto da essere assassinato dai sicari del re, proprio nella sua cattedrale. Chissà, forse quel libro gli potrebbe dare qualche motivo di riflessione.

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