I giganti del private credit alle prese con i riscatti retail

Un articolo della Lex del Financial Times analizza le attuali difficoltà del settore

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I campioni globali del mondo private credit fanno i conti con la disaffezione degli investitori retail. Il valore di mercato di Blackstone è sceso da un picco di 250 miliardi di dollari alla fine del 2024 agli attuali 14 miliardi di dollari. Apollo Global Management, Ares Management e KKR hanno registrato flessioni simili. Le valutazioni, in precedenza vicine a 40 volte gli utili futuri, si attestano ora a poco meno di 10 volte gli utili. A segnalare queste cifre è un articolo, comparso sulla rubrica Lex del Financial Times, che riprende alcune argomentazioni esposte nei giorni scorsi dal Wall Street Journal (vedi Be Bankers del 4 marzo).

Le difficoltà presenti — segnala il giornale britannico — hanno qualcosa a che vedere con il nervosismo degli investitori al dettaglio. È una platea composta comunque da investitori facoltosi, i cosiddetti High Net Worth Individuals (HNWI), spaventati dalla guerra all’Iran e dalle difficoltà dello scenario economico globale, che chiedono di poter liquidare anzitempo i propri investimenti.

L’ondata dei riscatti ha colpito, per il momento, soprattutto Blackstone e Blue Owl e fa riflettere soprattutto sulle prospettive future del business. Il giornale britannico ha fatto i conti in tasca a Blackstone, che attualmente gestisce 1,3 trilioni di dollari di denaro prevalentemente istituzionale e che ha dichiarato di sperare di arrivare a gestire 1 trilione di dollari in asset retail.

«Con una commissione di gestione dell’1,25% e un margine di utile netto del 40%, si tratta di un potenziale importo di 5 miliardi di dollari all’anno. Valutato 20 volte gli utili, si tratta di una potenziale capitalizzazione di mercato di 100 miliardi di dollari». Non è così strano, dunque, che il valore di mercato di Blackstone abbia risentito dei riscatti in misura così significativa.

Gli articoli sulla stampa anglosassone fanno riflettere sul futuro di un settore, quello del private credit, che opera attraverso fondi tendenzialmente chiusi — ciò che consente loro di generare il cosiddetto illiquidity premium — esposti ai finanziamenti verso imprese non quotate. Sono caratteristiche che rendono quelle proposte particolarmente adatte agli investitori istituzionali, gli unici in grado di leggere strutture d’investimento spesso opache. La trasparenza delle società non quotate non è infatti lontanamente paragonabile a quella delle società che hanno i propri titoli scambiati in borsa.

E, comunque, si tratta di allocazioni tendenzialmente bloccate per 5-7 anni, la durata dei prestiti a medio termine. I giganti Usa del settore private, negli ultimi anni, hanno pensato di estendere progressivamente al settore retail la loro platea di clienti con la promessa di abilitare quelle casse chiuse anche a disinvestimenti anticipati.

Si spiega anche così la crescita impetuosa del private credit statunitense degli ultimi anni. Tuttavia l’attuale ondata dei riscatti degli investitori retail mostra la fragilità di una simile strategia di business che, se proseguisse nel tempo, potrebbe mettere anche a rischio la stabilità di quelle casse di investimento.

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