HomeDal Mondo degli NPEEditorialeAttività illecite: la digitalizzazione spinge all’insù il numero delle operazioni sospette

Attività illecite: la digitalizzazione spinge all’insù il numero delle operazioni sospette

Nel 2025 pervenute all’Unità di Informazione Finanziaria 162 mila segnalazioni, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Nel mondo delle imprese segnalate condotte di riciclaggio collegate all’ottenimento di crediti garantiti dallo Stato

La digitalizzazione dei canali bancari alimenta le operazioni sospette assieme alle truffe informatiche, mentre nel mondo delle imprese sono le più fragili finanziariamente quelle maggiormente a rischio di infiltrazioni criminali.

La relazione annuale dell’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, presentata ieri, ha tracciato un quadro allarmante sul lato più oscuro dell’innovazione finanziaria. Quello in cui le nuove tecnologie digitali vengono utilizzate per compiere frodi, riciclare denaro e ottenere finanziamenti illeciti.

Si arriva fino a favorire attività pedopornografiche e abusi su minori. Nel 2025 la UIF ha ricevuto 162.059 segnalazioni di operazioni sospette (SOS), l’11,5% in più rispetto all’anno precedente: una crescita trainata soprattutto dal canale bancario e postale (+26,4%), in cui si distinguono le nuove banche digitali.

Criptoattività, IBAN virtuali, carte virtuali e ATM non bancari rendono più opachi i percorsi del riciclaggio e moltiplicano le truffe informatiche, di cui sono vittime soprattutto le fasce più vulnerabili dei consumatori (in particolare gli anziani) e chi possiede un minore livello di educazione finanziaria.

Dietro alle operazioni sospette si annidano fenomeni sociali complessi, mai del tutto sradicati. Il 20% delle SOS è collegato a operazioni di evasione fiscale, il 14% è riconducibile, sulla base di specifici indicatori di rischio, a interessi della criminalità organizzata.

Il mondo delle imprese non è esente da questi fenomeni. La relazione dell’UIF sottolinea, tra l’altro, le condotte di riciclaggio connesse con l’indebita percezione di misure pubbliche di sostegno, in particolare dei finanziamenti assistiti da garanzia pubblica.

«Le anomalie hanno riguardato sia profili soggettivi dei richiedenti, caratterizzati da criticità nel merito creditizio, sia il coinvolgimento di consulenti, professionisti e dipendenti infedeli» finalizzato a simulare o alterare i requisiti di accesso alle misure agevolative.

Anche il sistema di garanzie pubbliche per l’acquisto della prima casa da parte di giovani, famiglie numerose e nuclei fragili si è prestato ad illeciti, attraverso compravendite a prezzi gonfiati rispetto a quelli effettivamente pattuiti tra le parti, volte a eludere i limiti di accesso o a influenzare l’ammontare delle agevolazioni.

A questi tentativi di truffa ai danni dello Stato hanno concorso intermediari infedeli ma anche, sottolinea il report, gli aggiornamenti normativi degli ultimi anni finalizzati a innalzare la percentuale di garanzia e introdurre moratorie e sospensioni delle azioni esecutive.

Per tornare al mondo delle imprese, quelle con maggiore fragilità finanziaria sono più esposte all’infiltrazione criminale e al riciclaggio di capitali illeciti.

Situazioni di carenza di liquidità, deterioramento del merito creditizio o restrizioni nell’offerta di credito possono aprire varchi alla criminalità organizzata. In tali circostanze, la tensione finanziaria si trasforma in un canale di accesso stabile nel tessuto produttivo, alterando concorrenza e allocazione delle risorse.

Una ricerca empirica condotta con l’Università Bocconi rileva che nei 5 anni successivi al declassamento del merito creditizio un’impresa vede aumentare del 5% il rischio di infiltrazione criminale. Recentemente, a seguito della crisi di Banca Progetto, indagini della magistratura hanno accertato che crediti garantiti dallo Stato erano stati erogati a soggetti vicini alla ‘ndrangheta. Evidentemente si tratta solo della punta dell’iceberg.

Le segnalazioni inviate dall’UIF alle autorità competenti hanno ottenuto riscontri investigativi rilevanti. La Guardia di Finanza ha comunicato circa 44.400 feedback positivi, l’83,6% riferito a segnalazioni a rischio medio-alto o alto. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha fornito circa 8.700 riscontri di interesse, con l’85,5% delle SOS collocate nei livelli di rischio più elevati. Ma evidentemente non basta. Il report dell’unità antiriciclaggio di Bankitalia sottolinea la necessità di un’azione convergente tra intermediari, autorità pubbliche e sistema delle imprese per limitare la diffusione degli illeciti.

Per le banche che non segnalano correttamente le operazioni sospette esiste un ulteriore rischio, oltre a reputazione e sanzioni della Banca d’Italia. Non è una conclusione automatica, ma nei casi in cui la banca, pur consapevole di operazioni sospette, ometta di intervenire, può essere chiamata a rispondere in sede civile per i danni arrecati a creditori, soci e consumatori.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 13945/2026) ha stabilito che l’intermediario creditizio che non rispetta gli obblighi antiriciclaggio può rispondere civilmente dei danni causati, quando il proprio comportamento contribuisca al dissesto dell’impresa.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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