La lunga crisi dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto è giunta a un punto di non ritorno. La Corte di Cassazione (Sezioni Unite Civili) ha respinto i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando in via definitiva la chiusura dell’area a caldo e lo spegnimento degli altiforni dello stabilimento ex Ilva di Taranto. È stato reso definitivo il decreto emesso dalla Corte d’Appello di Milano (risalente al 27 luglio 2026 e ribadito nelle udienze successive). L’azienda ha ora 90 giorni di tempo per dare esecuzione allo spegnimento degli impianti dell’area a caldo.
I giudici hanno stabilito che l’impianto è dannoso per la salute umana e l’ambiente a causa dell’emissione di polveri sottili in atmosfera e della presenza di amianto non rimosso negli altiforni, ribadendo la prevalenza del diritto alla salute rispetto alle esigenze industriali ed economiche.
La decisione dei giudici è ineccepibile; si può soltanto osservare che è arrivata troppo tardi. Lo Stato italiano, ha riferito La Stampa nel luglio scorso riprendendo un articolo pubblicato a inizio anno da Il Sole 24 Ore, ha investito complessivamente tra i 3,6 e i 5 miliardi di euro per il salvataggio e il mantenimento in vita dell’ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia) a partire dal 2012. Soldi che, alla luce della sentenza della Cassazione, avrebbero potuto essere impiegati in modo più proficuo.
Nel grande impianto siderurgico rimangono in cassa integrazione a zero ore 8.600 lavoratori, mentre un piccolo gruppo di circa 1.000 unità resta in servizio esclusivamente per la guardia e la salvaguardia degli impianti.
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