Il settore energetico è sempre più interconnesso con la finanza. I grandi impianti di energia rinnovabile comportano investimenti sempre più impegnativi collocati in un lungo arco temporale e, pertanto, il successo dei progetti di transizione energetica si gioca sempre di più sull’efficacia dei piani di project financing che ne consentono la realizzazione.
È dunque una sorta di «attrazione fatale» quella che ha spinto la PLT Holding della famiglia Tortora, imprenditori di Cesena attivi da anni nel business delle rinnovabili, ad incrociare i propri destini con quelli della finanza. Un ingresso avvenuto in punta di piedi nel 2022, investendo in azioni di Mediobanca una parte dei proventi realizzati con la cessione alla Plenitude dell’Eni degli impianti di PLT in energia rinnovabile. Ma poi, aderendo con le stesse azioni all’Opas di MPS sulla banca di Piazzetta Cuccia (2025), PLT è divenuta un socio importante di Siena (con oltre l’1% del capitale). E successivamente, promuovendo la lista per rinnovare l’incarico di Ad a Luigi Lovaglio, una famiglia che fino ad allora si era distinta per la sua discrezione è finita sotto i riflettori della grande stampa, divenendo un attore importante di quel risiko bancario tuttora in pieno corso.
Per capire le ragioni profonde delle scelte di queste ultime settimane, Be Bankers ha chiesto a Pierluigi Tortora, fondatore del gruppo, nonché presidente e Ad, ed a Eleonora Tortora (CFO e Investor Relations Manager) di ripercorrere le tappe di questa integrazione con la finanza, spiegandone le ragioni profonde.
Come è maturata la scelta di entrare nella finanza? Risponde principalmente a un’esigenza di diversificazione del portafoglio di investimenti oppure alla convinzione che il versante finanziario sia diventato sempre più importante per imprenditori attivi nel business energetico?
Pierluigi Tortora (PLT) La scelta è nata soprattutto da un principio che considero centrale nel fare impresa: il capitale non deve essere necessariamente reinvestito nello stesso settore in cui è stato generato. Deve essere allocato dove si intravedono le migliori opportunità di creazione di valore.
La cessione a Plenitude ha rappresentato per noi la conclusione di un ciclo industriale molto importante, ma non l’abbandono dell’energia, che continua a essere uno dei principali ambiti di attività del Gruppo. Allo stesso tempo, quell’operazione ci ha consentito di disporre di risorse significative e di avviare una nuova fase della nostra storia.
L’ingresso nella finanza va letto all’interno di questo percorso. Non come semplice diversificazione patrimoniale e nemmeno come trasformazione da imprenditori industriali a investitori finanziari. Mi considero ancora prima di tutto un imprenditore. Anche quando investiamo in una banca, cerchiamo di ragionare con una logica industriale: qualità del management, solidità del progetto, capacità di generare cassa e valore nel tempo.
Ma la finanza non è l’unica nuova direttrice. Stiamo sviluppando in maniera crescente anche il real estate, che sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria nuova gamba del Gruppo. Anche in questo settore non ci interessa una logica puramente finanziaria o speculativa: cerchiamo operazioni nelle quali sia possibile creare valore attraverso sviluppo, trasformazione e gestione degli asset.
Parallelamente stiamo lavorando all’internazionalizzazione del Gruppo. Credo che questa sia una conseguenza naturale della nostra evoluzione: una volta raggiunte determinate dimensioni patrimoniali e organizzative, limitare l’orizzonte al solo mercato italiano significherebbe rinunciare a una parte importante delle opportunità.
Vogliamo quindi essere sempre più capaci di investire e operare anche fuori dall’Italia, mantenendo però la stessa disciplina con la quale abbiamo costruito le nostre attività nel Paese.
Energia, finanza e real estate stanno così diventando tre componenti importanti di un Gruppo più diversificato e progressivamente più internazionale, ma unite dalla stessa filosofia.
Più che parlare di diversificazione, parlerei quindi di allocazione imprenditoriale del capitale. Non vogliamo diventare una holding finanziaria che si limita a distribuire investimenti tra diverse asset class. Vogliamo continuare a essere imprenditori, scegliendo settori, progetti e persone nei quali crediamo e contribuendo, quando possibile, alla creazione di valore nel lungo periodo.
Con il senno di poi, avete intercettato un ciclo particolarmente favorevole per il settore bancario. Ritiene che la scelta di investire nel comparto creditizio si sia rivelata particolarmente efficace?
PLT Certamente il ciclo ci ha aiutato, ma sarebbe riduttivo attribuire i risultati esclusivamente all’andamento favorevole dei tassi o del settore bancario. Quando abbiamo iniziato a investire, molte banche italiane venivano da anni complessi ed erano valutate dal mercato con multipli molto contenuti.
Noi abbiamo visto qualcosa di diverso: bilanci profondamente risanati, una qualità degli attivi molto migliorata, livelli di capitale elevati e una capacità di generare redditività che il mercato, a nostro giudizio, non riconosceva ancora pienamente.
Il rialzo dei tassi ha certamente accelerato questo processo, ma nel frattempo le banche italiane sono diventate strutturalmente più solide ed efficienti. Per questo considero l’investimento nel credito una scelta molto positiva, non soltanto finanziariamente, ma anche perché ci ha consentito di conoscere dall’interno un settore fondamentale per l’economia del Paese.
È un settore nel quale intendiamo continuare a muoverci con la stessa impostazione: non inseguire il mercato nel breve periodo, ma individuare situazioni nelle quali riteniamo esista una concreta possibilità di creazione di valore nel medio-lungo termine.
Che cosa l’ha sorpresa maggiormente del mondo bancario e finanziario entrando in un settore diverso rispetto a quello da cui proveniva la vostra esperienza imprenditoriale?
Eleonora Tortora (ET): Nel corso della mia esperienza professionale ho sempre lavorato con il sistema bancario grazie al supporto che tutti i principali istituti finanziari hanno dato nel corso degli anni ai nostri piani industriali. Ho potuto constatare come negli anni si sia evoluto e oggi abbia raggiunto un significativo livello di competenze; ho potuto apprezzare la preparazione delle persone che vi lavorano e anche lo spirito di innovazione e l’apertura nel volerci affiancare in progetti nuovi per il settore.
Negli scorsi mesi ho avuto l’opportunità di avere un punto di vista privilegiato da cui ho potuto osservare come il sistema bancario «ragioni» anch’esso con logiche industriali, di medio-lungo periodo e come sia fondamentale costruire il consensus degli investitori attraverso una relazione continua, trasparente ed efficace, comunicando i propri progetti e i propri obiettivi con credibilità e stabilendo un rapporto di fiducia, fondamentale con riferimento alle promesse da mantenere. Ho trovato una grande passione e un grande senso di appartenenza delle persone che vi lavorano. Probabilmente, questo è ciò che mi ha maggiormente colpito.
Con quale criterio valuta oggi l’allocazione del capitale tra investimenti industriali e investimenti finanziari?
ET: La distinzione tra investimento industriale e finanziario per noi non è così netta. Nell’investimento industriale abbiamo naturalmente una maggiore capacità di incidere direttamente sulla creazione di valore; nell’investimento finanziario questa capacità è più limitata. Ma il nostro approccio è quello di portare una mentalità industriale anche negli investimenti finanziari: comprendere a fondo ciò che acquistiamo, individuarne i driver di valore e, quando possibile, le leve che possono farlo crescere nel tempo.
Guardiamo quindi ogni investimento con una logica di gruppo: ci chiediamo come si inserisca rispetto agli altri asset, se esistano elementi di complementarità e, soprattutto, se contribuisca a costruire un portafoglio equilibrato e di valore. L’obiettivo non è semplicemente avere investimenti diversi tra loro, ma avere investimenti che svolgano funzioni diverse e che, nel loro insieme, rendano il capitale più solido e resiliente.
Siete stati tra i protagonisti di una fase di profonda trasformazione del sistema finanziario italiano, segnata dalle vicende che hanno coinvolto Mediobanca e MPS. Ora che gli eventi si sono in parte sedimentati, come giudicate quell’esperienza? Ritiene che il tradizionale ruolo di Mediobanca come punto di riferimento degli imprenditori italiani abbia ancora una funzione, oppure pensa che modelli più aperti e competitivi siano maggiormente adatti all’economia contemporanea?
PLT: È stata un’esperienza molto importante perché ci ha portato a esercitare fino in fondo il ruolo e la responsabilità dell’azionista.
Ho grande rispetto per Mediobanca e per quello che ha rappresentato nella storia economica italiana. Per molti decenni è stata uno dei luoghi centrali nei quali si sono formati gli equilibri del capitalismo del nostro Paese. Ma i modelli economici e finanziari evolvono, e credo che oggi sia inevitabile un sistema più aperto, contendibile e competitivo.
La mia convinzione è che l’azionista non debba limitarsi a detenere una partecipazione. Se crede in un progetto industriale, deve assumersi la responsabilità di sostenerlo; se ritiene che possa essere migliorato, deve avere il coraggio di esprimere la propria posizione. È quello che abbiamo fatto in MPS.
Abbiamo creduto nel lavoro di Luigi Lovaglio e nel percorso di trasformazione della banca quando il giudizio del mercato era ancora molto prudente. Non è stato un sostegno personale, ma il riconoscimento dei risultati ottenuti e della qualità di un progetto industriale che, a nostro giudizio, stava restituendo a MPS solidità, redditività e una prospettiva strategica.
I risultati successivi hanno confermato quella valutazione.
Anche nelle successive operazioni che hanno interessato il sistema bancario italiano abbiamo mantenuto lo stesso criterio: giudicare le operazioni per la loro capacità di creare valore industriale e non sulla base degli equilibri storici del sistema.
Non credo quindi che il tema sia essere favorevoli o contrari a Mediobanca, né contrapporre una vecchia finanza a una nuova finanza. Credo piuttosto che oggi debbano prevalere progetti, risultati e capacità di esecuzione.
Per un imprenditore questo è abbastanza naturale: alla fine il capitale deve essere affidato alle persone e ai progetti che dimostrano di saperlo utilizzare meglio.
Oggi siete attivi, come imprenditori energetici, nella distribuzione di energia elettrica e gas e nel business eolico. Vedete prospettive rilevanti nella produzione di idrogeno da fonti rinnovabili e, più in generale, quali tecnologie ritenete più promettenti per la prossima fase della transizione energetica?
PLT: Sull’idrogeno mantengo un atteggiamento pragmatico. Credo che possa avere un ruolo importante in alcuni settori industriali difficili da elettrificare, ma non penso che nel breve periodo possa rappresentare una soluzione generalizzata. Il tema fondamentale rimane la competitività economica dell’intera filiera.
La transizione energetica, a mio giudizio, sta entrando in una fase più matura. Dopo anni nei quali l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla crescita della capacità rinnovabile installata, il problema sarà sempre più quello di integrare efficacemente quella produzione nel sistema.
Per questo vedo grandi opportunità nelle rinnovabili, certamente, ma anche negli accumuli, nella digitalizzazione delle reti, nella gestione intelligente della domanda e in tutte quelle tecnologie che permettono di rendere programmabile e utilizzabile un’energia che per sua natura è intermittente.
La vera sfida non è semplicemente produrre più energia rinnovabile: è costruire un sistema energetico capace di garantirla quando serve, a prezzi competitivi e mantenendo sicurezza e stabilità della rete.
Anche nell’energia guardiamo con crescente attenzione alla dimensione internazionale. La transizione energetica è ormai un processo globale e le opportunità di investimento, le tecnologie e i capitali si muovono su mercati sempre più interconnessi. L’internazionalizzazione rappresenta quindi per noi non soltanto una possibilità di crescita, ma una componente della strategia futura del Gruppo.
Continuiamo a guardare alla transizione energetica con grande interesse, ma con un criterio molto semplice: le tecnologie devono essere non soltanto ambientalmente sostenibili, ma anche industrialmente ed economicamente sostenibili.
È su questo equilibrio che, a mio avviso, si giocherà la prossima fase della transizione.
Energia e finanza sono destinate a integrarsi sempre più strettamente nei prossimi anni? E che cosa manca oggi al sistema bancario per sostenere in modo più efficace la transizione energetica e gli investimenti di lungo periodo?
PLT e ET: Crediamo che energia e finanza siano già oggi profondamente interconnesse e che lo saranno ancora di più nei prossimi anni. La transizione energetica richiede investimenti enormi, con orizzonti temporali lunghi e ritorni che devono essere valutati nell’arco di molti anni. Senza una finanza capace di accompagnare questa trasformazione, gli obiettivi della transizione rischiano di rimanere semplicemente obiettivi.
Il sistema bancario ha già compiuto passi importanti. A nostro giudizio, però, occorre sviluppare ulteriormente la capacità di valutare i progetti con una prospettiva industriale e non soltanto finanziaria. Un impianto rinnovabile, un sistema di accumulo o un’infrastruttura energetica hanno caratteristiche, rischi e tempi di ritorno molto diversi rispetto a un investimento tradizionale.
Da questo punto di vista riteniamo sia necessario un dialogo sempre più stretto tra banche, imprese e investitori istituzionali. Le banche possono svolgere un ruolo fondamentale, ma non possono sostenere da sole l’intero fabbisogno finanziario della transizione. Sarà necessario mobilitare maggiormente anche il mercato dei capitali e il risparmio di lungo periodo.
C’è poi un altro aspetto che consideriamo essenziale: la stabilità del quadro regolatorio. Per investimenti che hanno una vita di venti o trent’anni, la prevedibilità delle regole è quasi importante quanto il costo del capitale. Se cambiano continuamente normative, meccanismi autorizzativi o condizioni economiche, diventa inevitabilmente più difficile finanziare nuovi progetti. La transizione energetica, quindi, non è soltanto una sfida tecnologica. È contemporaneamente una sfida industriale, finanziaria e regolatoria.
Forse proprio la nostra esperienza, prima nell’energia e successivamente anche nella finanza, ci ha reso particolarmente consapevoli di questo legame. Il capitale deve essere in grado di incontrare buoni progetti industriali e di accompagnarli per il tempo necessario a trasformarli in valore. Questa capacità di mettere insieme capitale, competenze industriali e visione di lungo periodo sarà uno dei fattori decisivi per la competitività europea nei prossimi anni.
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