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Chi l’ha visto: da quattro mesi scomparso dal radar il decreto del Mef sul trasferimento ad Amco dei crediti dei Comuni

Era la principale novità in arrivo con la legge di Bilancio 2026 nel grande mare dei crediti che lo Stato vanta ma che non riesce a riscuotere. Ma la mancanza di un decreto ministeriale, in ritardo da ormai quattro mesi, sta rinviando sine die quella speranza di una maggiore efficienza.

Con la legge di Bilancio 2026 il Parlamento aveva deciso di agevolare il trasferimento ad Amco (la società di credit management del MEF) dei crediti dei Comuni: 27,16 miliardi di euro (al gennaio 2025) tra Imu, Tari, multe e altri tributi non pagati dai cittadini. È solo una goccia – si dirà – nel mare magnum del magazzino dei crediti dello Stato, che continua a crescere: dai 1.273 miliardi di fine 2024 ai 1.331 miliardi del dicembre scorso, come ha ricordato nei giorni scorsi la Corte dei Conti. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare e la partita degli enti locali sembrava al legislatore quella più facilmente aggredibile.

Il trasferimento di quei crediti ai privati, per i Comuni che già attualmente se ne servono, comporta una percentuale di riscossione tra il 25% e il 40% (aveva detto, in un’audizione parlamentare, l’amministratore di Amco Andrea Munari), percentuali inarrivabili dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER), cui quasi di default gli stessi crediti sono destinati. Non è dunque un caso se, già attualmente, il 61,2% dei Comuni italiani non si serve del riscossore pubblico, preferendo gestire in proprio il servizio o ricorrere a credit servicer privati.

La legge di Bilancio, in fondo, non ha fatto altro che accelerare un percorso già in atto, stabilendo che, per i Comuni meno efficienti, il trasferimento ad Amco diverrà obbligatorio. I dettagli del progetto erano affidati a un decreto ministeriale del MEF che avrebbe dovuto vedere la luce entro fine febbraio. Se stiamo qui a parlarne è perché quel termine è scaduto e, a distanza di quattro mesi, non se ne sa più nulla. Tutto ingoiato nel fiume carsico della burocrazia ministeriale, che non si cura neppure di spiegare il perché dei suoi ritardi. Amco e i servicer privati, che si preparavano a gestire al meglio i nuovi compiti, stanno rivedendo sconsolati i propri piani di budget.

Quella degli enti locali è la punta dell’iceberg – si fa per dire, in questi giorni – di un quadro in continuo degrado. Il 2025 ha aggiunto, appunto, altri 60 miliardi di euro a un magazzino dei crediti già debordante e che non accenna a ridursi. Le ragioni sono in gran parte conosciute e le ha richiamate in questi giorni la Corte dei Conti nel suo Giudizio sul Rendiconto generale dello Stato.

«Le somme affidate in riscossione nel corso degli anni, per le quali sono stati esperiti senza esito gli strumenti di riscossione coattiva – hanno sottolineato i magistrati contabili – continuano ad accumularsi, alimentate da molteplici fattori ostativi, tra cui l’insolvenza strutturale dei debitori e le procedure concorsuali. La percentuale di crediti effettivamente recuperati rispetto ai carichi totali in gestione resta modesta, il che testimonia la necessità di interventi sistemici per migliorare l’efficacia della fase coattiva e per accelerare lo smaltimento del magazzino dei crediti inesigibili».

Il Governo in questi anni ha fatto frequentemente ricorso alle «rottamazioni» delle cartelle esattoriali per spingere i morosi a mettersi in regola (l’ultima, la quinquies, è tuttora in corso). Da quella fonte proviene ogni anno circa il 50% degli incassi dei crediti dello Stato. Ma il sistema non è esente da critiche. Molti obiettano che serva soprattutto a favorire i furbi che non pagano le tasse più che gli onesti che non ce la fanno.

Al riguardo, la Corte dei Conti osserva che il sistema delle rateizzazioni «nel corso degli anni ha subito reiterate modifiche normative, spesso a valenza temporanea e prive di coerenza sistemica, che si sono prestate anche ad utilizzi strumentali e dilatori». Lapidario il giudizio di Cristina Tajani, capogruppo del Pd nella Commissione Finanze di Palazzo Madama, che in un’interrogazione presentata in questi giorni ha parlato di «complessivo fallimento» dello strumento. «A fronte dei 93,1 miliardi censiti da saldare entro dicembre 2025, dopo quattro rottamazioni, ne sono stati riscossi solo 38,1 miliardi, pari al 41% delle somme attese, mentre il restante 59% si è disperso lungo il percorso del recupero».

Indicazioni operative per uscire dallo stallo sulle riscossioni erano attese anche da una commissione parlamentare d’indagine istituita lo scorso anno dal presidente della Commissione Finanze del Senato, Massimo Garavaglia (Lega). Ma, dopo un inizio sprint, anche quella iniziativa si è persa per strada e deve addirittura essere ancora approvata, semmai lo sarà, una relazione conclusiva.

In questo contesto sconfortante, l’unica iniziativa che ha visto la luce è il provvedimento (legge n. 14/2026) che consentirà di rimuovere dalle strade i veicoli ormai inutilizzabili sottoposti a fermo amministrativo, misura utilizzata per spingere i debitori dello Stato a saldare le proprie pendenze. Sottoposti a fermo, stima l’ACI, sono in tutto 4 milioni di veicoli, di cui circa un quarto sono ormai carcasse abbandonate da anni in strada, nei cortili o nei depositi comunali. Almeno quella, di rottamazione, potrebbe funzionare.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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