Negli ultimi quindici anni il mercato italiano delle cartolarizzazioni ha cambiato pelle tre volte: prima la coda lunga della crisi del 2008 e della diffidenza verso questo strumento, poi la fase in cui gli NPL hanno assorbito attenzione, capitale e innovazione e, infine, l’attuale riposizionamento in cui la cartolarizzazione può tornare a essere una leva ordinaria di finanziamento e di gestione del capitale, non un prodotto «speciale» da maneggiare con cautela.
In Europa, questo passaggio è stato più lento del necessario. La realtà è che le cartolarizzazioni europee hanno retto la crisi dei subprime molto meglio di quanto abbia suggerito la narrativa dominante; eppure, per anni, il settore è stato gravato da un mix di requisiti prudenziali e adempimenti di trasparenza che, pur animati da buone intenzioni, hanno spesso prodotto costi sproporzionati. L’effetto è stato semplice: meno emissioni, meno emittenti, meno liquidità.
La revisione regolamentare recentemente annunciata dalla Commissione europea va nella direzione giusta, ma sarà utile solo se porterà una vera de-burocratizzazione e se riconoscerà, nei fatti, che la cartolarizzazione è una componente fisiologica dei mercati dei capitali che copre settori altrimenti non finanziati dagli strumenti tradizionali.
In questo contesto, l’Italia ha mostrato un approccio più pragmatico. L’evoluzione della Legge 130 ha progressivamente ampliato i casi d’uso (Reoco, art. 7.2, cartolarizzazioni immobiliari, beni mobili registrati, magazzino), rendendo lo strumento più vicino ai bisogni dell’economia reale: liquidità per imprese e filiere, valorizzazione di asset, rigenerazione e gestione efficiente del capitale. È una lezione che vale anche per l’Europa: quando la cornice è chiara e operativa, il mercato reagisce.
Oggi, archiviata la stagione più intensa degli NPL – importante, ma non più centrale – le direttrici più interessanti sono tre. La prima: la crescita delle operazioni SRT (Significant Risk Transfer), dove la cartolarizzazione diventa strumento di gestione del rischio e del capitale bancario, con interesse crescente anche da parte di istituti di medie dimensioni. La seconda: l’accelerazione delle cartolarizzazioni immobiliari, spinte da nuove esigenze di funding e dalla necessità di strutture capaci di accompagnare progetti e portafogli lungo tutto il ciclo di vita. La terza: una ripresa più ampia delle emissioni collocate e non trattenute dalle banche per repo, favorita dal nuovo contesto dei tassi.
In altre parole, la cartolarizzazione sta tornando a ciò che dovrebbe essere: un ponte tra capitale e attività reali. E qui sta la prospettiva più rilevante per i prossimi anni: usare lo strumento non solo in modalità difensiva, ma in modalità proattiva per finanziare catene del valore e investimenti produttivi.
Se questo passaggio si consolida, la cartolarizzazione può diventare un pezzo concreto della risposta europea al tema strutturale del finanziamento dell’economia reale. Rispetto alle forme di finanziamento, la cartolarizzazione, essendo asset-based, consente infatti il finanziamento di soggetti come le start-up che il sistema tradizionale non finanzia.
Dentro questa traiettoria si inserisce anche il percorso di Phinance Partners, fondata nel febbraio 2011 e oggi al suo quindicesimo anno di attività. Il valore di questo traguardo non è un esercizio di autocelebrazione, ma la dimostrazione che un modello asset light, senza finanziamento su larga scala e senza rischio in bilancio, può crescere e contribuire all’innovazione del mercato.
La storia recente lo conferma. Nel 2020, la prima cartolarizzazione in Italia di prestiti alle PMI con garanzia del Fondo Centrale di Garanzia – avviata da Banca Valsabbina insieme a NSA e Fondo Centrale di Garanzia – ha aperto un canale che ha favorito la nascita di un mercato capace di convogliare funding verso il tessuto produttivo.
Dal 2022, le strutture ex art. 7.2 su beni mobili registrati e su iniziative immobiliari legate a special situations e rigenerazione urbana hanno mostrato come la finanza strutturata possa accompagnare trasformazioni fisiche e reali del patrimonio: non solo comprare, ma lavorare gli asset, cambiare destinazioni d’uso, riattivare valore.
Un altro filone è quello dei crediti fiscali. In momenti di stress settoriale, operazioni mirate hanno permesso a diverse imprese di monetizzare crediti e ottenere liquidità. La creazione di strutture sartoriali per il finanziamento di specifiche asset class consente la loro valorizzazione, trasformando un’attesa fiscale in capitale operativo.
C’è poi un tema di metodo, spesso sottovalutato: l’innovazione non è solo nel prodotto, ma nell’organizzazione. Un approccio one-stop shop che unisce strutturazione, esecuzione e gestione dell’asset nello stesso team riduce attriti e accelera decisioni.
È qui che un gruppo integrato – Phinance come arranger, PHIRE come asset manager immobiliare ed NPR come cabina di regia nella gestione degli NPL – può fare la differenza.
Guardando avanti, la domanda è semplice: vogliamo una cartolarizzazione marginale o una infrastruttura stabile del mercato dei capitali?
Servono tre elementi: regole più proporzionate, una base investitori più ampia e un ecosistema che valorizzi competenze di esecuzione oltre l’ingegneria finanziaria.
Dopo 15 anni, la sfida è tornare a una definizione essenziale: cartolarizzare significa rendere finanziabili attività altrimenti illiquide o sottoutilizzate. Se lo strumento viene semplificato e usato con rigore, può diventare una leva strutturale per l’economia reale.
Iscriviti alla newsletter: https://www.bebankers.it/newsletter/


