Consolidarsi o scomparire: ecco perché i servicer vanno verso la fusione

Si tratta di una modalità sempre più diffusa per affrontare i ricavi ai minimi e i debiti in crescita. Un'altra strategia è uscire dal settore NPL

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Un modo per aumentare i ricavi ed estinguere i debiti in crescita: i servicer giocano sempre di più la strada del consolidamento per affrontare le sfide future. Un esempio è rappresentato da DoValue e Gardant, un altro dal caso Prelios e Ion. Secondo un’analisi di Milano Finanza le aggregazioni potrebbero aiutare gli operatori a risolvere una parte dei propri problemi. In alternativa al consolidamento alcuni gruppi stanno cercando di uscire dal settore NPL per concentrarsi su attività oggi più vantaggiose, come sta facendo illimity, la quale si sta disimpegnando dai crediti deteriorati per concentrarsi sul credito in bonis.

Le trattative in corso

Da un lato ci sono DoValue e Gardant che già nei giorni scorsi hanno annunciato l’avvio di trattative esclusive per unirsi e dar vita ad un nuovo player e potrebbero fare da apripista per il nuovo fenomeno. Dovalue dovrebbe salire al 100% di Gardant mettendo sul piatto una componente in denaro e una in azioni “da emettere a un premio significativo rispetto all’attuale prezzo” secondo quanto preannunciato. Il fondo americano Elliot diventerebbe un socio rilevante della nuova entità, con il 20% del capitale. Si darebbe così vita al maggiore operatore sud-europeo con una posizione forte sul mercato italiano e su quello greco. Dall’altro lato c’è l’acquisizione di Prelios da parte di Ion, che ha ricevuto il via libera del governo e manca quella della Banca d’Italia. Una fusione che darà vita ad un colosso attivo nella gestione dati, NPL e servizi bancari.

L’evoluzione del settore NPL

A parere di alcuni esperti, l’apertura del mercato italiano degli NPL si deve al decreto Salva-banche, varato il 22 novembre 2015 dal governo Renzi per mettere in sicurezza quattro piccoli istituti di credito. In quell’occasione – ricorda Milano Finanza – Banca d’Italia scelse di valutare le sofferenze di Banca Etruria, Carife, Carichieti e Banca Marche al 17% del nominale (valore poi alzato al 22% nel 2016).

Un anno dopo Fortress e Pimco comprarono da Unicredit un portafoglio da 17,7 miliardi di NPL al prezzo stracciato di circa 18 centesimi di euro. In seguito a quella operazione Unicredit si ricapitalizzò per 13 miliardi, vendendo molti asset strategici in quegli anni. In quel periodo anche Monte dei Paschi di Siena stava studiando la cessione di un portafoglio da 24 miliardi.

A partire da allora, in pochi anni, il mercato italiano si è arricchito di investitori e gestori di NPL dediderosi di approfittare dei prezzi bassi e al tempo stesso delle grosse masse di crediti deteriorati dispesse dalle banche. In quel periodo si affermarono player come DoValue (la quale si quotò a Piazza Affari) Intrum, Credito Fondiario (oggi Gardant) e Cerved.

Com’è cambiata la situazione oggi

Dal 2015 ad oggi il settore dei crediti deteriorati ha affrontato un’evoluzione. Gli istituti di crediti ormai hanno ripulito gli attivi dagli NPL, sbarazzandosi di 400 miliardi di NPL, come richiesto dalla Bce. Le banche medie e grandi inoltre, hanno esternalizzato il recupero e la gestione delle sofferenze, affidandola ad operatori specializzati. Perciò gli spazi di manovra per gli investitori e i servicer si sono ridotti. Senza considerare che l’espansione di molti gruppi era avvenuta a debito in un’epoca di tassi di interesse negativi, mentre dal 2022 la Banca centrale europea ha modificato la situazione con la propria stretta.

La fine della politica monetaria accomodante ha radicalmente cambiato il quadro. Nei giorni scorsi Intrum ha dato mandato agli advisor Houlihan Lokey e Milbank per intervenire su un’esposizione che alla fine del 2023 si era attestata a 5,2 miliardi di euro, creando qualche preoccupazione tra gli investitori. Per DoValue il debito si attesta invece a 475,7 milioni, pari a 2,7 volte l’ebitda, anche se sarà rifinanziato con l’aumento di capitale previsto nell’ambito del deal con Gardant. Dopo l’acquisto di Prelios salirà di circa 600 milioni anche l’esposizione di Ion che già oggi è stimata in oltre 10 miliardi. Proprio i rapporti tra la conglomerata di Pignataro e il ceto bancario sono oggi sotto la lente di Banca d’Italia, ultima authority chiamata ad autorizzare l’aggregazione con il gruppo presieduto da Fabrizio Palenzona.