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La gestione challenging degli NPE tra crepuscolo e alba di una nuova era

Maturità, tramonto e declino sono spesso associati all’andamento della industry di investimento e gestione dei crediti deteriorati.

Con un derisking importante da parte degli istituti bancari «tradizionali», riflesso in NPE ratio molto contenuti ed una crescente pressione regolamentare volta al contenimento e alla copertura del rischio, si sono create le condizioni ottimali per lo sviluppo e la crescita delle challenger banks, a complemento, più che contrapposizione, della value proposition dell’intermediario finanziario «classico» e di dimensioni tali da essere considerato operatore «sistemico» o quasi.

Nell’ultimo biennio tuttavia la crescita molto spinta delle masse gestite, anche mediante il consolidamento di altri player, da operatori alternativi ha concentrato il rischio di una specifica asset class in operatori dimensionalmente cresciuti sin troppo velocemente e divenuti, a modo loro, sistemici.

I bail out di Banca Progetto e BFF, il takeover “ostile” di Illimity da parte di Banca Ifis, l’acquisizione di Banca Sistema da CF+ dopo le limitazioni imposte da Banca d’Italia ed infine il carve out degli impieghi NPL e delle attività di servicing da parte di Banca Ifis. Le reazioni del mercato e le performance di borsa degli istituti emittenti tra quelli citati sono note e piuttosto eloquenti.

Se consideriamo questa fase come «notturna», quali possono essere i sentieri che conducono all’alba di un nuovo giorno? È davvero la fine di un modello di investimento e gestione integrata che ha permesso di acquisire crediti da operatori tradizionali, gestirli con strutture di credit servicing, finanziando i debitori special situation o distressed con nuova finanza bancaria?

Questo modello di integrazione si è dimostrato premiante quando il rischio è stato correttamente prezzato e gestito «hands on», comprando e allocando dal mercato le corrette competenze per favorire il rilancio di aziende e progetti immobiliari che ne avevano i fondamentali.

Non ha invece creato valore, tutt’altro, quando in underwriting si è assecondata la salita dei bid per «nutrire la macchina», scommettendo più su fattori esogeni, come il ritorno all’apprezzamento del settore immobiliare o sulla ripresa dei consumi e degli investimenti in conto capitale, e la gestione in servicing si è invece concretizzata in un mero monitoraggio, più o meno attento, che non è stato di per sé sufficiente a dare impulso e velocità all’execution di business plan talvolta troppo poco ispirati, se non asfittici.

In questo contesto si è assistito allo sviluppo dello specialized lending, che ha portato intermediari senza licenza bancaria a costruire un modello di distribuzione del rischio su veicoli di cartolarizzazione e che puntano maggiormente su soluzioni di network management per la gestione e valorizzazione di attivi non a proprio libro, con una vocazione fortemente asset lite.

Un modello non è necessariamente superiore all’altro ed entrambi possono coesistere nell’ecosistema di mercato senza risultare antagonisti.

A prescindere dall’assetto organizzativo scelto, la competizione deve spostarsi sul sentiero della selettività e della corretta allocazione delle competenze sulle masse gestite. È sempre meno percorribile l’impostazione di alcuni anni fa, per la quale si ambiva a gestire completamente «in house» portafogli di crediti molto dimensionati ed eterogenei.

Diversamente l’investitore «wholesale» ha oggi il compito, soddisfatto il fabbisogno di deleverage del cedente, di allocare e sublocare per segmento le masse sul canale di dettaglio specializzato.

Gli operatori «generalisti» che non riusciranno ad assolvere a questa funzione di intermediazione sono destinati alla disintermediazione ed all’uscita dal mercato, appesantiti da costi fissi divenuti importanti per la rapida espansione di scala produttiva seguita da una più recente contrazione dei volumi.

L’individuazione e l’allocazione alle corrette controparti gestorie e agli investitori con profilo rischio-rendimento compatibile diventa dunque la chiave di successo primaria per un ritorno alla crescita del settore.

Specialmente in un contesto dove le evolutive di Basilea IV stimolano le banche a ristrutturare il singolo file per cederlo “in sicurezza” e permane l’incertezza sulla crescita in un quadro macroeconomico di frequenti e crescenti shock.

La redistribuzione del rischio è inoltre fondamentale per la valorizzazione anche dei crediti con ageing maggiore, le cosiddette “code”, che non possono trovare più posto nelle cartolarizzazioni a tempo definito e debbono trovare l’allocazione a soggetti privati, industriali e specializzati, facendo ritrovare agli intermediari la propria funzione di temporanea trasformazione delle scadenze ed evitando che gli stessi si trasformino in perpetual compounder, un’impostazione che il mercato non ha considerato appropriata ed ha già portato ad interventi regolatori di derisking che hanno purtroppo eroso gran parte del valore per tutti gli stakeholders.

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Emanuele Colombo
Emanuele Colombo
È responsabile dello sviluppo Special Situation e Distressed Financing di Clessidra Factoring, assistendo clientela UTP Mid & Large Corporate nel proprio percorso di rilancio. In passato ha maturato esperienze di financial advisory (EY Transaction Services), investment (Assicurazioni Generali), banking (Intesa Sanpaolo) ed accademiche (SDA Bocconi), occupandosi dal 2009 di credito, investimento in portafogli di NPE e ristrutturazioni del debito.
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