Il mercato italiano del private debt resta ancora piccolo rispetto ai principali Paesi anglosassoni, ma proprio questo divario potrebbe rappresentare una grande opportunità di sviluppo. A spingere la crescita europea saranno nei prossimi anni soprattutto gli investitori istituzionali, mentre il nuovo quadro di Solvency II potrebbe favorire ulteriormente il ruolo delle compagnie assicurative.
Ne parliamo con Massimo Figna, fondatore e CEO di Tenax Capital, società attiva nel private debt dal 2012 e che nelle scorse settimane ha lanciato il suo quinto fondo d’investimento, il Tenax Strategic Credit Fund II, con un target di 500 milioni di euro e un obiettivo di rendimento dell’8%. Ancora una volta, Tenax potrà contare come key investor su soggetti istituzionali del calibro di Intesa Sanpaolo e Cassa Depositi e Prestiti.
Partiamo dalle dimensioni del mercato. Quanto è ancora lontana l’Italia dai Paesi anglosassoni?
Il divario è ancora molto ampio. In Italia la dimensione del private debt è pari a circa lo 0,6% del PIL, mentre nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, siamo nell’ordine del 5-6%. Questo significa che il mercato italiano ha ancora ampi margini di crescita.
Da dove potrebbe arrivare questa crescita?
In Europa credo che un ruolo determinante sarà giocato soprattutto da assicurazioni e fondi pensione. Sono investitori che hanno ancora un’esposizione al private debt significativamente più bassa rispetto agli omologhi statunitensi e britannici. Il potenziale di sviluppo è quindi molto rilevante.
Un passaggio decisivo potrebbe arrivare anche dalla regolamentazione. Cosa cambierà con Solvency II?
Le modifiche alle regole prudenziali di Solvency II, in vigore dal 30 gennaio 2027, potrebbero modificare in maniera sostanziale il trend attuale.
Per le compagnie assicurative ci sarà infatti la possibilità di beneficiare di un capital charge più basso sui prestiti garantiti, anche parzialmente, da entità internazionali come il Fondo Europeo per gli Investimenti. È un elemento che può rendere il private debt più interessante per gli investitori assicurativi.
Il tema dei rendimenti racconta una realtà molto diversa tra le varie aree geografiche. Cosa sta succedendo nel mondo del private credit?
Stiamo assistendo a una vera e propria divaricazione. Alcuni dei maggiori fondi di private credit americani, secondo quanto riportato recentemente dal Financial Times, stanno registrando performance annuali negative nell’ordine del 15%.
Al contrario, i fondi europei e, in particolare, quelli del Sud Europa continuano a registrare rendimenti in linea con le attese, nell’ordine del 6-8%.
Va rimarcato come Paesi fino a pochi anni fa identificati con l’acronimo PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) siano oggi considerati tra i mercati più virtuosi anche nel private credit.
Come si spiega una differenza così marcata?
Principalmente con la diversa leva finanziaria delle società finanziate dai fondi di private credit e con la maggiore leva che caratterizza gli stessi fondi americani.
Il debito, quando i tassi sono bassi, può amplificare rapidamente la crescita delle dimensioni e degli utili di un fondo. Ma quando il contesto cambia, come sta avvenendo, il meccanismo può funzionare anche nella direzione opposta: aumentano i default societari, cresce il costo del debito e i rendimenti dei fondi possono entrare in territorio negativo.
Qual è l’esperienza di Tenax Capital?
Il nostro fondo, lanciato tre anni fa, rende il 7,5% netto, con un rating medio di BBB- e senza leva.
Per un investitore assicurativo, questo risultato può essere particolarmente interessante anche nel confronto con il private equity, che comporta un assorbimento di capitale più elevato.
Guardando avanti, il private debt può diventare una componente strutturale del finanziamento delle imprese?
Credo di sì. Il private debt è destinato a intercettare anche in Europa una quota crescente dei finanziamenti alle imprese. Si tratta di un processo alimentato da due trend principali.
Quali?
Da una parte c’è la ricerca di maggiori commissioni da parte degli istituti bancari, in un contesto in cui il margine d’interesse non è più l’unico elemento su cui puntare.
Dall’altra c’è l’intenzione degli stessi intermediari creditizi di ottimizzare il proprio portafoglio di prestiti alle aziende per ridurre l’assorbimento di capitale richiesto dalle normative prudenziali.
Non è un caso che molte iniziative, tra cui anche l’ultimo fondo di Tenax Capital, vedano la banca collaborare con il fondo di private debt in un modello definito “originate to share”.
Quindi non vede un ritorno al modello tradizionale, con le banche nuovamente protagoniste assolute del credito alle imprese?
No. Credo che il mercato stia andando verso un modello più articolato, nel quale banche e investitori istituzionali possano svolgere ruoli complementari.
Il private debt può contribuire a colmare lo spazio che si crea quando il sistema bancario riduce la propria capacità o propensione a finanziare direttamente le imprese.
In definitiva, qual è la prospettiva per il private debt italiano?
Il punto di partenza è una quota ancora molto contenuta rispetto ai mercati più maturi. Ma proprio questo divario rappresenta un’opportunità.
Se aumenterà il coinvolgimento degli investitori istituzionali e il quadro regolamentare renderà più efficiente l’impiego di capitale da parte delle assicurazioni, il private debt potrà assumere un ruolo sempre più importante nel finanziamento dell’economia reale e soprattutto delle PMI italiane.
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