Nei mercati finanziari contano i fatti ma, in momenti di particolare turbolenza, è la psicologia degli investitori che prende il sopravvento. Ponderano razionalmente il da farsi oppure si lasciano guidare dai propri impulsi o dalle paure?
Nel 2007, ad innescare la crisi della finanza mondiale fu un fatto – la decisione della Fed di aumentare i tassi a breve termine, l’ancora dei mutui immobiliari – amplificata da aspetti tipicamente psicologici, come la diffidenza delle banche a prestare denaro ad altri istituti di credito considerati «contaminati» dai mutui subprime e dai loro derivati. L’aumento dei tassi rese più problematico il rimborso dei mutui concessi con troppa leggerezza a soggetti difficilmente in grado di ripagarli. E tutto questo alimentò una spirale di diffidenza che finì per travolgere i mercati.
Qualcosa di simile potrebbe essere replicato con il private credit? O meglio, come ha osservato in questi giorni Jane Fraser, CEO di Citigroup, potrebbe nascere da un concatenarsi di tre potenziali crisi: tensione geopolitica, crack del credito privato e disruption dell’intelligenza artificiale? Se questi fattori destabilizzanti dovessero convergere – ha spiegato – «la situazione diventerebbe più problematica».
Assieme alle conseguenze della guerra in Iran, ciò che sta facendo maggiormente discutere in questi giorni sono le difficoltà delle società di private credit USA particolarmente esposte ai finanziamenti alle società di software considerate a rischio di scomparsa perché soppiantate dall’intelligenza artificiale (AI). All’inizio dell’anno, un report di UBS ha stimato che circa il 25-35% dei portafogli di credito privato è esposto a un elevato rischio di disruption dovuto all’AI. E così gli investitori, soprattutto quelli al dettaglio, hanno iniziato a riscattare le loro posizioni.
Una premessa sulla struttura del mercato USA è necessaria. Le società di gestione del private credit statunitensi sono differenti dalle casse d’investimento che conosciamo in Italia. Spesso assumono la forma di Business Development Companies (BDC), che assomigliano alle Sicav francesi. Chi vi investe è un azionista e non un quotista, come accade in Italia per i fondi comuni. Una BDC retrocede ai propri soci almeno il 90% degli utili realizzati (in questo caso nell’attività di finanziamento delle imprese).
Queste società possono essere quotate o non quotate, sulla falsariga di quello che avviene nel nostro mercato tra fondi aperti e fondi chiusi. Se non quotate, però, le BDC consentono generalmente finestre trimestrali in cui gli azionisti possono liquidare le loro posizioni fino al 5% del patrimonio della cassa. Se viene superata quell’asticella, i riscatti possono essere ripartiti proporzionalmente perché, diversamente, la società potrebbe essere costretta a vendere in perdita i suoi asset per soddisfare le richieste degli azionisti oppure a chiedere soldi in prestito alle banche.
Le finestre di liquidabilità sono state introdotte allo scopo di incentivare gli investimenti retail nelle BDC, il cui azionariato era (e lo è ancora, in gran parte) composto da investitori istituzionali. È un indirizzo seguito anche in Europa con la nuova direttiva sugli Eltif, che sta tuttavia mostrando un’intrinseca fragilità. Alle prime avvisaglie di pericolo sono stati infatti proprio gli investitori individuali a riscattare le loro posizioni.
E, a questo punto, i fatti si intrecciano agli aspetti psicologici ben analizzati in un articolo comparso in questi giorni sulle colonne del Wall Street Journal. Alle prese con le richieste di rimborso, i grandi campioni del private market USA hanno reagito diversamente. Blackstone Private Credit Fund, o Bcred, ha scelto di consentire il rimborso di quasi l’8% del fondo, superando il limite iniziale del 5% sui rimborsi. L’HPS Corporate Lending Fund di BlackRock, o Hlend, ha mantenuto invece il limite del 5%.
«Offrire agli investitori la liquidità che desiderano» – ha sottolineato il giornale – «potrebbe rassicurarli sul fatto che i loro soldi sono lì, se li desiderano. Ma potrebbe anche incoraggiarli a continuare a chiedere». In entrambi i casi, «ciò che è in gioco è la psicologia del mercato. Durante la finestra di rimborso, nessuna delle due società ha segnalato un’impennata di prestiti in sofferenza o rischiosi. Ma agli investitori non mancano fattori che li rendono nervosi, come ribassi o perdite sui prestiti di altri fondi di credito, soprattutto nel settore del software in difficoltà».
Blackstone e BlackRock hanno spalle finanziarie poderose, che li mettono al riparo dalle conseguenze dell’attuale congiuntura. Ma se la tendenza ai riscatti dovesse proseguire e, nella sua traiettoria, incontrare anche le conseguenze delle tensioni geopolitiche e degli aspetti disruptive dell’AI, la situazione potrebbe sfuggire di mano. «Non sento la tempesta, ma i cavalli stanno iniziando a nitrire nel recinto», ha dichiarato in questi giorni Lloyd Blankfein, ex capo di Goldman Sachs.
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