mercoledì, Marzo 18, 2026
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Gen Z è quella che mostra il maggiore stress finanziario

Secondo una ricerca di Intrum, solo il 55% dei ragazzi nati dopo la metà degli anni Novanta paga con puntualità tutte le bollette. La colpa è anche degli influencer che stimolano stili di vita non sostenibili in relazione al reddito

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I ragazzi nati tra la seconda metà degli anni Novanta e la fine degli anni Zero, quelli della Gen Z, manifestano livelli di stress finanziario decisamente più elevati rispetto alle altre generazioni. Lo dimostra l’European Consumer Payment Report 2025 di Intrum, da cui emerge che, mentre il 75% dei consumatori dichiara di riuscire a pagare puntualmente tutte le bollette (dato leggermente inferiore alla media europea), per la Gen Z la percentuale scende al 55%, in presenza di difficoltà segnalate come ricorrenti e non episodiche.

La colpa è anche della pressione degli influencer dei social network, che spingono i ragazzi di fine anni Novanta verso stili di vita che, evidentemente, non si possono permettere. In particolare, il 39% della Gen Z fa sapere di avere contratto un debito a causa di questa pressione.

Le cause della maggiore fragilità finanziaria sono da ascrivere a: redditi mediamente più bassi, ingressi tardivi e discontinui nel mercato del lavoro, un costo della vita più elevato rispetto alle generazioni precedenti e una minore capacità di accumulare risparmi strutturati. «Molti italiani – ha commentato Enrico Risso, ad di Intrum Italia (partecipata al 51% dal gruppo Intrum e per il 49% da Intesa Sanpaolo) – mostrano grande responsabilità nella gestione delle spese essenziali, ma la vulnerabilità resta elevata, soprattutto tra i giovani e tra chi non dispone di strumenti educativi adeguati. Il nostro rapporto ci indica chiaramente che introdurre l’educazione finanziaria fin dall’infanzia può innestare competenze di vita essenziali; da questo punto di vista, guardare ai modelli educativi dei Paesi nordici può rappresentare una leva strategica per crescere una cittadinanza più consapevole e preparata».

La ricerca – ha spiegato ancora Risso – «permette a un gruppo come il nostro, che lavora con la gestione dei crediti deteriorati, di provare a dare un contributo e una prospettiva circa vulnerabilità che vediamo nel settore finanziario».

Quanto alla possibilità che, nell’attuale scenario macroeconomico e geopolitico, il flusso degli Npl possa tornare a crescere, il giudizio di Risso è stato interlocutorio. «Con il Covid e con la crisi legata alla guerra in Ucraina – ha spiegato – non c’erano stati flussi importanti di Npl. Tuttavia, il costo elevato del petrolio per un periodo prolungato potrebbe riflettersi sui tassi di default, ma il sistema bancario italiano, negli ultimi anni, ha fatto i compiti a casa ed è stato creato un mercato del servicing che ha aiutato».

Per Risso, il sistema italiano «è dotato di un’infrastruttura che lo rende più in grado di sopportare un deterioramento dello scenario. Certo, poi dipenderà dall’entità degli eventuali flussi di Npl, ma non mi aspetto una replica di quel che è accaduto tra il 2013 e il 2016, quando abbiamo visto flussi massicci».

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