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Il private credit alla prova dell’interconnessione

C’è un termine, interconnessione, che negli anni ha acquisito una crescente importanza nel rappresentare i rischi dei mercati finanziari. Il settore assicurativo ne ebbe contezza l’11 dicembre 2001, all’indomani dell’attentato alle Twin Towers, quando scoprì che nell’area di Manhattan dove si abbatterono gli aerei dei terroristi si addensava una formidabile concentrazione di rischi assicurativi.

Le compagnie finirono per pagare, alla fine, 40,2 miliardi di dollari, secondo la stima dell’Insurance Information Institute, perché ai risarcimenti per la distruzione delle torri dovettero sommare anche quelli relativi all’interruzione delle attività produttive (business interruption), alla responsabilità civile, ai danni ad altre proprietà, alla distruzione degli aerei e alla perdita di tante vite umane.

Qualche anno più tardi, nel 2008, i mercati finanziari attraversarono un’esperienza simile quando si scoprì che i rischi dei mutui immobiliari accordati dalle banche Usa a persone difficilmente in grado di ripagarli (i cosiddetti subprime) non erano circoscritti agli istituti che avevano concesso quei crediti ma, attraverso mille fili rappresentati da sofisticati derivati finanziari, i credit default swap e quant’altro, avevano finito per contagiare buona parte del sistema finanziario e assicurativo occidentale.

Quei rischi, insomma, erano interconnessi e la crisi divenne ben presto sistemica. Nel 2009 Mediobanca stimò che erano stati necessari aiuti pubblici, da parte degli Stati più esposti, per ben 4.014 miliardi di dollari al fine di gestire quell’emergenza.

Oggi anche i mercati del credito privato (private credit) sono alla prova dell’interconnessione. Quei finanziamenti non bancari accordati a imprese in gran parte non quotate (private, secondo il lessico finanziario anglosassone) da fondi che oggi attraversano un momento di difficoltà per un’ondata di riscatti in corso negli Usa possono innescare, ancora una volta, una crisi sistemica? Una risposta per buona parte rassicurante viene, in questi giorni, da un report appena pubblicato dal Financial Stability Board («Report on Vulnerabilities in Private Credit», FSB 2026).

Il volume dei finanziamenti attivato dai fondi di private credit si aggira – scrive il report – tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di dollari (dati di fine 2024), una somma che si approssima al mercato pubblico delle obbligazioni high yield (quelle con rendimenti più elevati perché collegate a emittenti dai rating più scadenti), pari a circa 2.000 miliardi di dollari. Per tornare al private credit, la parte preponderante di questi finanziamenti, per circa 1.000 miliardi di dollari, è sottoscritta negli Usa. Seguono l’area dell’euro e la Gran Bretagna.

Il punto più delicato riguarda i rapporti tra i fondi di private credit con il mondo bancario e assicurativo perché è da quella interconnessione che una loro crisi potrebbe espandersi velocemente. I fondi private ricorrono ai prestiti bancari per incrementare più velocemente il proprio business, cioè per aumentare i finanziamenti alle imprese. Ma se quei finanziamenti non fossero rimborsati dovrebbero gestire l’esposizione con le banche, ciò che li esporrebbe a un rischio di fallimento. Le evidenze del FSB sono relativamente rassicuranti.

I dati ufficiali indicano in circa 220 miliardi di dollari le linee di credito, utilizzate o meno, nei confronti dei fondi di private credit. Stime basate su dati commerciali suggeriscono che gli importi effettivi potrebbero essere più del doppio ma, comunque, si tratterebbe di una quota relativamente piccola degli attivi e del patrimonio netto delle banche. Il report, al riguardo, si limita a raccomandare un «monitoraggio continuo».

La stessa indicazione operativa, nella sostanza, vale anche per i rapporti con il mondo assicurativo. Le compagnie e i fondi pensione sono investitori significativi nel credito privato, attratti dai premi di illiquidità e dalla lunga scadenza dei prestiti che ben si sposa con la struttura delle riserve assicurative.

Negli Usa circa il 10% degli investimenti assicurativi si rivolge al credito privato. In questo caso preoccupano, piuttosto, i potenziali conflitti d’interesse perché, sempre più spesso, i fondi di private equity prendono il controllo di compagnie di assicurazione le quali, poi, si impegnano in prestiti privati, magari offerti da fondi che fanno capo ai loro controllanti.

Un’altra fonte di preoccupazione è la nascita di fondi cosiddetti evergreen che consentono l’ingresso di investitori al dettaglio con la rassicurazione di poter liquidare facilmente gli investimenti. «Mentre le strutture a capitale chiuso hanno tradizionalmente attenuato gli squilibri di liquidità, il crescente utilizzo di strutture di fondi che forniscono una certa liquidità agli investitori e il coinvolgimento degli investitori al dettaglio – commenta il report del FSB – potrebbero aumentare i rischi».

L’opacità del mercato e la mancanza di un livello accettabile di dati restano comunque le principali preoccupazioni del rapporto che sembra invece meno incline ad accreditare il rischio di un contagio e di una minaccia alla stabilità finanziaria.

È questa anche la conclusione di un articolo del Wall Street Journal che, citando lo studio del FSB, riporta anche il punto di vista di un esponente di punta della comunità finanziaria. «Dovrebbero succedere un sacco di cose negative perché diventi un problema sistemico», ha affermato Anne Walsh, responsabile degli investimenti di Guggenheim Partners Investment Management. «Non ho la sensazione che questo caso presenti le stesse caratteristiche dei problemi passati».

«Probabilmente ha ragione – commenta il giornale – probabilmente».

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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