La qualità del credito italiano sta peggiorando, anche se molto lentamente. Nessun scenario di preoccupanti aumenti dei tassi di default, ma le prospettive rimangono altamente incerte, con rischi di rialzo per l’inflazione, in relazione allo shock energetico, e difficoltà per la crescita economica.
Numerose aziende stanno affrontando criticità che dipendono dall’incertezza del quadro economico, da un aumento del costo del debito, da persistenti pressioni sui margini e dalla volatilità degli utili. Altre aziende, non necessariamente in difficoltà operativa, devono gestire le implicazioni del rifinanziamento delle scadenze dei prestiti assistiti da garanzie SACE e MCC introdotti durante l’emergenza pandemica.
Ne consegue che un numero crescente di imprese opera con strutture di capitale non più coerenti con la propria capacità di generare reddito e flussi di cassa. Queste aziende richiedono spesso interventi proattivi di riequilibrio finanziario, finalizzati a stabilizzare l’operatività, portare a termine processi di ristrutturazione, sostenere nuove iniziative di crescita e riallineare le strutture di capitale ai fondamentali economici.
La capacità di gestire rapidamente la discontinuità finanziaria non è solo una questione tecnica. È una questione di competitività sistemica. Non sapere assorbire e ricollocare il rischio in modo efficiente significa per il nostro Paese rallentare la propria trasformazione industriale, non essere in grado di contribuire a un superamento della nostra «maledizione della non crescita».
Il sistema bancario, ma anche i fornitori di equity che guardano all’universo «performing», sono spesso meno disposti o non in grado di fornire risorse finanziarie incrementali ad aziende in temporanea difficoltà o che devono affrontare momenti di svolta, di ristrutturazione, di riposizionamento strategico. Possiamo quindi osservare nel mercato un vero e proprio «funding gap».
Quali operatori possono colmare questo gap, combinando capacità di investimento, flessibilità finanziaria e competenze industriali per accompagnare le imprese nei loro percorsi di trasformazione?
Il mercato italiano dei Distressed Asset ha già creato negli anni scorsi, con una focalizzazione sulle sofferenze bancarie (NPL), forti competenze, servicer sofisticati e investitori specializzati. Oggi l’attenzione si sta spostando dai puri NPL verso un perimetro che include gli UTP, il Past Due deteriorato e il credito sub-performing. Quest’ultima categoria comprende le esposizioni creditizie che, pur non essendo classificate come deteriorate, presentano segnali di debolezza finanziaria o un andamento del rapporto creditizio inferiore alle aspettative (stage 2, forborne performing).
Un perimetro di attività correttamente definito High Risk Credit (HRC) nel Convegno Connexum 2026 a Verona.
Il punto centrale è comprendere e governare concretamente l’HRC supportando le corporate nel prevenire, affrontare ed uscire dalle crisi, individuando opportunità di intervento e creazione di valore. Rispondere efficacemente a questa sfida richiede investitori capaci di valutare congiuntamente il rischio di credito e il potenziale di valore dell’impresa, strutturando soluzioni finanziarie che coniughino flessibilità, allineamento di interessi, adeguata protezione del capitale e valorizzazione dell’upside.
È qui che il Private Capital (PC) può diventare decisivo: non come sostituto delle banche ma come partner per selezionare e valorizzare situazioni aziendali critiche, finanziando la discontinuità.
Se guardiamo all’Europa, il PC è oramai parte integrante dell’ecosistema finanziario. Il solo comparto «distressed PC» è stimato in alcune centinaia di fondi che operano con strategie di investimento nel distressed debt, special situation, credito opportunistico, turnaround equity e rescue financing/finanza emergenziale.
Gli interventi sono generalmente realizzati tramite fondi chiusi, dove il gestore partecipa attivamente ai processi di ristrutturazione, negoziando con i creditori, il management e altri stakeholder per massimizzare il valore di recupero o del disinvestimento. Un fondo di special situation può acquistare quote azionarie di una società in difficoltà a prezzi scontati, fornendo nuovo capitale per un rilancio operativo o finanziario; in alternativa, può partecipare ad operazioni di M&A o spin-off in contesti di crisi, assumendo una quota di equity per guidare il turnaround.
Un fondo di distressed debt può intervenire inizialmente come creditore concedendo un finanziamento (senior, mezzanino o anche a breve termine, rescue financing) e, in caso di ristrutturazione, convertire parte del credito in equity acquisendo quote azionarie della società target e i relativi diritti di governance.
Un fondo di credito opportunistico ha un posizionamento tra il credito bancario tradizionale e il distressed conclamato, investendo soprattutto in situazioni nelle quali la complessità finanziaria e il profilo di rischio generano opportunità che il mercato tradizionale del credito non è in grado di intercettare o valorizzare adeguatamente. In questa prospettiva, il credito opportunistico non rappresenta semplicemente una forma alternativa di finanziamento ma uno strumento di riallocazione del rischio e del capitale in grado di accompagnare le imprese nelle fasi di discontinuità e trasformazione.
In Italia, sui circa 150 gestori di PC censiti da AIFI, si stima che solo 20-40 (includendo gli operatori esteri con presenza in Italia) siano attivi in questo comparto. Solo una frazione di questi si rivolge, peraltro, al mondo delle PMI, in quanto gli operatori esteri sono caratterizzati da soglie dimensionali di investimento molto elevate.
Quindi la presenza in Italia di fondi di private capital specializzati in strategie di investimento distressed (debito e/o equity) è certamente ancora sottodimensionata rispetto alle esigenze del mercato, ma le prospettive di crescita sono concrete e la direzione intrapresa appare quella giusta.
La Composizione Negoziata della Crisi (CNC) ha creato infatti uno spazio per gestire la crisi prima dell’insolvenza e sta diventando uno strumento credibile e sempre più utilizzato. La sfida oggi è quella di non limitarsi a essere luogo di negoziazione della distribuzione delle perdite tra i creditori esistenti, ma facilitare l’ingresso di nuovi capitali (equity o debito) per il rilancio aziendale, aprendo il mercato italiano delle ristrutturazioni ai fondi di private capital.
Oggi la CNC può anticipare la crisi, il PC può in prospettiva assorbire il rischio strutturale di gestione della discontinuità, il mercato secondario può creare trasparenza e liquidità. Si sta generando una infrastruttura del rischio. Quest’ultimo può e deve circolare oltre i bilanci bancari e, auspicabilmente, in un futuro non lontano, con una Capital Markets Union «reale», anche oltre i confini nazionali.
Il punto non è se il Restructuring sarà guidato e finanziato da banche o fondi, ma se si riuscirà a consolidare una infrastruttura del rischio sufficientemente profonda, liquida e veloce da sostenere le imprese nelle fasi di discontinuità. Serve costruire un ponte tra banche e capitale privato per consentire di raggiungere segmenti del mercato aziendale non bancarizzabili, favorendo una più efficiente allocazione delle risorse. Se guardiamo ai prossimi 5-10 anni, vedremo più cooperazione, più partnership tra banche e fondi di Private Capital, più mercato secondario, più circolazione del rischio.
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