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Le banche europee nella morsa delle regole

Le banche del vecchio continente sono redditizie, forti patrimonialmente, ma stanno perdendo terreno rispetto ai grandi giganti d’oltre Atlantico e il loro business model appare incapace di finanziare le imprese più innovative. È un quadro in chiaroscuro quello disegnato dalla Commissione europea sull’industria continentale del credito. In un ponderoso report di 78 pagine, i fattori di forza e debolezza delle banche europee, soprattutto in confronto con gli Usa, sono stati analizzati in profondità in vista di future, auspicabili, modifiche normative.

«Sebbene negli ultimi 15 anni siano stati compiuti progressi in termini di resilienza e stabilità finanziaria, permangono un’eccessiva complessità e inefficienze nella struttura e nell’attuazione del quadro normativo bancario, con conseguenze dirette sulla capacità delle banche di operare in modo più competitivo».

Promuovere la competitività del settore bancario implica quindi «affrontare la persistente frammentazione del mercato unico bancario, rivedere il modo in cui l’attuazione degli standard internazionali tiene conto delle specificità dell’UE e affrontare l’eccessiva complessità del quadro normativo bancario».

Le banche europee sono ancora oggi il principale strumento di finanziamento delle imprese, rappresentando il 46% del finanziamento del debito societario nell’UE. La percentuale varia significativamente da Paese a Paese (dal 12% in Irlanda al 70% in Austria), ma, nel complesso, è assai più ampia rispetto a quella che si riscontra negli Usa. Nel frattempo, anche nel vecchio continente, la quota di istituti non bancari nell’erogazione di credito alle imprese è raddoppiata, passando da circa il 15% nel 2008 a circa il 30% nel 2021.

Banche ancora centrali nel finanziamento alle imprese

Il report della Commissione conferma quello che già avevano segnalato i documenti di Mario Draghi ed Enrico Letta: i Paesi anglosassoni possono giovarsi di mercati dei capitali molto più sviluppati. I titoli di debito e le azioni quotate rappresentano solo il 3% e il 14% del debito societario nell’UE, mentre nel Regno Unito ammontano rispettivamente al 7% e al 31% e negli Stati Uniti al 6% e al 38%.

Questa diversa struttura dei mercati finanziari ha un effetto diretto sul finanziamento dell’economia reale. Le banche, per loro natura, non sono nella posizione migliore per finanziare imprese in fase iniziale o ad alta intensità di innovazione, i cui asset sono prevalentemente immateriali e i cui flussi di cassa sono incerti.

Questo perché le banche, e i creditori più in generale, sono interessati solo al rimborso del loro credito e non partecipano agli utili di un’azienda, come avviene invece quando entrano in azione private equity, venture capital e, più in generale, mercati dei capitali maturi.

La difficoltà di finanziare le imprese più innovative (soprattutto quelle più esposte alla frontiera dell’AI) ha qualcosa a che vedere con il gap di produttività che separa l’Europa dagli Usa.

Le deviazioni al ribasso delle regole di Basilea

Ma forse il dato più sorprendente del documento della Commissione, quasi un harakiri, potremmo dire, è la constatazione che i maggiori problemi per il settore creditizio continentale vengono dalla regolamentazione.

Ciò potrebbe apparire un controsenso in un settore che, a livello globale, è disciplinato dalla normativa prudenziale di Basilea. Peccato – sottolinea il report – che la più recente proposta statunitense (marzo 2026) includa più di 20 deviazioni al ribasso dei criteri di Basilea, riducendo l’eccessiva rigidità dei criteri di valutazione. Anche la Prudential Regulation Authority in UK è incamminata nella stessa direzione.

In Europa l’indirizzo non è univoco perché pesano i divergenti interessi dei singoli Stati. In mancanza di uno Stato federale è difficile rompere il legame tra banca e nazione di appartenenza. Ad esempio, una quantità considerevole di capitale e liquidità – osserva lo studio – è segregata nelle filiali UE dei gruppi bancari dell’UE.

La Vigilanza bancaria della BCE ha stimato che la trasferibilità di 230 miliardi di euro di attività liquide di alta qualità all’interno dei gruppi tra gli Stati membri è limitata dall’applicazione di requisiti di liquidità completi a livello statale.

Il consolidamento ancora insufficiente del settore bancario europeo

Ogni Stato cerca di trattenere entro i propri confini la quota più ampia degli asset riferiti alle banche domestiche e tutto questo ostacola il consolidamento del settore bancario continentale.

Osservando le cinque maggiori banche dell’UE e confrontandole con le cinque maggiori banche statunitensi, si nota che la quota di mercato cumulativa del primo gruppo è del 31%, mentre quella del secondo si attesta al 45%.

A titolo esemplificativo, la differenza è ancora più marcata se si considera la banca più grande in ciascuna giurisdizione: nell’UE, la quota di mercato della banca più grande è dell’8%, mentre negli Stati Uniti è il doppio.

Sono numeri che impressionano e fanno capire l’importanza dell’acquisizione di Commerzbank messa a segno da UniCredit in queste ultime settimane. Nel primo tentativo di aggregazione transfrontaliera, la banca italiana ha fatto da apripista per il resto dell’Europa.

La frammentazione normativa ostacola la competitività

L’influenza dei singoli Stati incoraggia anche la frammentazione normativa nel continente. La discrezionalità delle autorità di vigilanza porta a «risultati incoerenti».

L’ampia discrezionalità esercitata dalle autorità di vigilanza, in particolare nelle valutazioni del Pilastro 2, nelle approvazioni dei modelli interni e negli stress test, introduce ulteriori elementi di complessità.

Le banche segnalano che le aspettative delle autorità di vigilanza «spesso superano i requisiti normativi formali, creando oneri aggiuntivi senza una chiara giustificazione del rischio, andando oltre quanto necessario per garantire la stabilità prudenziale e non riflettendo adeguatamente le aree di rischio e le specificità dei diversi modelli di business».

Quest’analisi porta gli economisti di Bruxelles a porsi la domanda centrale se non sia opportuno allentare per il continente la morsa della regolamentazione.

«Raggiungere il giusto equilibrio tra regolamentazione e vigilanza nell’UE è fondamentale per la sicurezza e la solidità del settore bancario e per mantenere finanziamenti sufficienti per i settori economici strategici e le priorità strategiche dell’UE. Ridurrebbe inoltre il potenziale spostamento delle fonti di finanziamento verso istituti di credito non bancari meno regolamentati (ad esempio, i mercati del credito privato), una mossa che potrebbe addirittura peggiorare la sicurezza e la solidità del settore finanziario».

E il calendar provisioning finisce sotto osservazione

È una sorta di autocritica, da parte degli euroburocrati, che coinvolge anche le norme definite dalla BCE (ad esempio il calendar provisioning) per evitare la formazione di rilevanti stock di crediti deteriorati in capo alle banche del continente.

«Sebbene si sia dimostrato determinante per ridurre lo stock di crediti deteriorati (NPL) nell’UE da livelli pericolosamente elevati a minimi storici, sorgono legittimi interrogativi sulla natura lungimirante del quadro normativo in materia di NPL nel corso dei cicli economici. In particolare, è opportuno valutare se l’attuale calibrazione del meccanismo di salvaguardia per i crediti deteriorati e la definizione di default limitino eccessivamente la capacità delle banche di interagire proattivamente con i clienti in una fase iniziale, anche in presenza di concrete prospettive di recupero, persino in caso di moratorie legislative».

La retromarcia, insomma, sembra sul punto di essere innescata.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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