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Opas su Mps e mercato dei servicer

L’Opas di Intesa Sanpaolo (ISP) sul Monte dei Paschi di Siena (MPS) segna una nuova, importante tappa nel tragitto di consolidamento del mercato bancario italiano ed europeo.

Molti sono gli aspetti rilevanti dell’operazione, che ancora deve ricevere il via libera delle authority (non banale, soprattutto, quello dell’antitrust) e che coinvolge altri importanti gruppi finanziari, alcuni nel ruolo di alleati (Unipol, Bper), altri di avversari (BPM), altri ancora in quello di spettatori interessati (Generali).

È una partita che potrebbe interessare da vicino anche l’industria delle cartolarizzazioni e del servicing. Vediamo perché.

L’Opas, come è noto, prevede la successiva vendita a Unipol di 635 sportelli bancari, circa la metà di quelli attualmente facenti capo alla rete di MPS. Al gruppo torinese rimarrà – precisa il suo comunicato – una «componente limitata di strutture centrali» della banca senese, incluse «partecipazioni azionarie e crediti deteriorati».

L’attenzione degli osservatori si è subito concentrata sulle partecipazioni, su cui spicca quella in Mediobanca e, a cascata, la quota di Generali (13,2%), che ha consentito negli ultimi decenni a Piazzetta Cuccia di nominare gli amministratori triestini.

Tuttavia, anche il riferimento ai deteriorati non è senza significato, considerando che, al 31 marzo di quest’anno, Mps deteneva crediti deteriorati lordi per 3,7 miliardi, in diminuzione rispetto ai 3,9 miliardi di dicembre 2025. Al netto, lo stesso aggregato era valutato 1,8 miliardi (2 miliardi a dicembre 2025), con un Npl ratio che si attestava, a fine marzo, al 2,5% (1,3% netto).

Rispetto agli anni passati, gli amministratori senesi hanno compiuto uno sforzo notevole per ridurre in modo sostanziale quelle partite difficili ma, certamente, se l’Opas di ISP andrà in porto, un portafoglio significativo di posizioni distressed finirà in gestione al gruppo torinese.

Quest’ultimo si è vantato di essere diventato negli ultimi anni una banca «a Npl 0». E, in effetti, nel marzo di quest’anno ha mostrato risultati d’eccellenza, con un’incidenza dei crediti deteriorati sui crediti complessivi pari allo 0,9% al netto delle rettifiche di valore e all’1,8% al lordo.

Se i manager torinesi manterranno inalterata la loro strategia, non è così improbabile che, alla fine, decidano di dismettere almeno in parte i crediti deteriorati provenienti da Siena.

Ad avvantaggiarsene potrebbe essere il mercato delle cartolarizzazioni bancarie, che attualmente viaggia a scartamento ridotto. La consistenza delle cartolarizzazioni di finanziamenti bancari gestite dagli intermediari finanziari operanti nel comparto delle attività di riscossione dei prestiti ceduti e di svolgimento dei servizi di cassa e di pagamento (servicing) – si legge nell’ultima relazione della Banca d’Italia, relativa al 2025 – si è ridotta del 2,6 per cento.

Grazie a ISP, quel settore potrebbe ora avvantaggiarsi di nuovi affari.

Un’altra boccata d’ossigeno sta arrivando in conseguenza della crisi di Banca Progetto, il cui piano di salvataggio prevede la cartolarizzazione di un portafoglio di crediti performing per 2,2 miliardi, su cui stanno lavorando – vedi Be Bankers del 4 giugno – MCC e le cinque banche divenute azioniste del dissestato istituto di credito (UniCredit, Intesa Sanpaolo, MPS, Banco BPM e BPER). Si tratta, come si vede, di partite non in grado di invertire l’andamento di un trend ma, forse, di contenerne le asprezze.

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
Direttore Responsabile di Be Bankers
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