Calendar provisioning: Sabatini chiede equilibrio tra stabilità e crescita

Parla l’ex-direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini. L’attuale meccanismo sacrifica alle esigenze della stabilità bancaria gli obiettivi, anch’essi centrali, della crescita e dell’innovazione in Europa

0
104

L’allargamento delle regole del calendar provisioning alle banche di minore dimensione – quelle cosiddette less significant – esaspera la distorsione di un meccanismo che sacrifica alle esigenze di una «stabilità a tutti i costi» gli obiettivi di crescita e competitività dell’Europa, anch’essi requisiti indispensabili di un appropriato sistema regolatorio. Ne è convinto Giovanni Sabatini, ex direttore generale dell’Abi, fin dall’inizio critico delle misure forzose prese dalla Bce per spingere le banche a disfarsi dei propri crediti distressed.

Quelle regole impongono agli intermediari una precisa tempistica per la svalutazione integrale dei crediti difficili: 3 anni per i prestiti non garantiti, 7 anni per quelli con garanzie diverse da immobili, 9 anni per quelli garantiti da immobili. Ed ora, con l’inizio dell’anno, le medesime norme sono state estese anche alle banche minori, sia pure con un periodo di grazia che si concluderà nel 2028, e comunque consentendo alle autorità nazionali di vigilanza come la Banca d’Italia – responsabili della supervisione per gli istituti less significant – di disporre un esonero per le banche con un ratio lordo di crediti deteriorati inferiore al 5 per cento.

Già su queste colonne sono stati rappresentati i timori del mondo del credito per questo giro di vite regolamentare (vedi Be Bankers del 28 gennaio). Ed ora Sabatini aggiunge considerazioni strategiche sul ruolo, a suo dire asimmetrico, della vigilanza bancaria.

«L’attuale quadro regolatorio – spiega – ha un solo obiettivo: stabilità a tutti i costi, ciò che poteva andar bene per gestire le conseguenze della grande crisi finanziaria, quando c’era da ristabilire assolutamente la stabilità, la credibilità, la resilienza degli istituti di credito. Ma oggi che gli obiettivi sono cambiati, che il settore bancario è diventato resiliente, che il quadro regolamentare si è rafforzato, bisogna trovare un nuovo bilanciamento tra la stabilità – rimane ovviamente una precondizione – e la crescita e competitività che sono obiettivi di pari grado in un sistema economico».

Il calendar provisioning, a suo giudizio, è proprio un esempio di questa «distorsione». In Europa – aggiunge l’ex dg dell’associazione bancaria – «ci lamentiamo per gli scarsi finanziamenti all’innovazione e alla ricerca che, ovviamente, comportano un maggior grado di rischio. Se non siamo disposti ad accettarlo, come facciamo a finanziare innovazione e competitività?»

La colpa, comunque, non è soltanto dell’arcigno regolatore bancario europeo. «Occorre mettere mano ad un assetto istituzionale che finora non si è preoccupato di inserire nel mandato dato alle autorità di regolamentazione e di vigilanza anche l’obiettivo di tutelare crescita, competitività e innovazione nel continente».

L’allargamento del «calendario» alle banche minori comporta ulteriori difficoltà perché insiste su istituti vicini al territorio ed alle esigenze di finanziamento delle Pmi. A differenza dei grandi istituti – sottolinea ancora Sabatini – questi, con maggiore difficoltà, possono compensare i maggiori oneri regolamentari in arrivo con modelli di business diversificati, recuperando la redditività con le commissioni, il wealth management o i proventi del ramo insurance.

Guardando dall’alto quanto sta avvenendo, Sabatini sottolinea poi un ulteriore incongruenza. «Sta crescendo sempre di più l’erogazione del credito fatta da soggetti non bancari, un fenomeno che periodicamente attira l’attenzione, se non le preoccupazioni, delle autorità di controllo». Ma, a rendere la regolamentazione sempre più pervasiva con misure come il calendar provisioning, c’è proprio il rischio di incentivare il trend. Per giunta, poiché i soggetti private lavorano quasi sempre a leva e dipendono spesso dal credito bancario, un eventuale loro dissesto si ripercuoterebbe rapidamente sui soggetti tradizionali dell’intermediazione creditizia. «Quindi i rischi che si vuole limitare sul sistema bancario escono dalla porta ma potrebbero rientrare dalla finestra».

Sabatini non manca infine di sottolineare un altro aspetto critico dell’attuale sistema regolatorio, quello di cui fanno le spese i debitori, le aziende che attraversano un momento di difficoltà e non ce la fanno a ripagare un debito alle scadenze concordate. Le banche, in casi di effettivo bisogno, sono disponibili a venire incontro ai loro clienti se questo può consentire di mantenere in vita un’azienda che ha comunque un futuro davanti a sé. «Ma, in questo caso, interviene l’eccessiva rigidità della nuova definizione di default che obbliga gli istituti a riclassificare come crediti deteriorati quelli che vengono ristrutturati con una riduzione superiore all’1% del valore attuale dei flussi di cassa originari. Mi chiedo che vantaggio ci sia per il debitore ottenere la ristrutturazione del suo credito se poi viene comunque scaraventato nell’inferno dei cattivi pagatori con la segnalazione alla centrale dei rischi».

Iscriviti alla newsletter: https://www.bebankers.it/newsletter/