Guerra e difficoltà del private credit Usa allarmano i mercati finanziari

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È più distruttiva una guerra o l’Intelligenza artificiale (Ai)? Nel lungo periodo – risponderebbero probabilmente le società di software che ne stanno scontando le conseguenze – l’Ai generativa potrebbe avere un maggiore effetto disruptive.

Ieri l’andamento dei mercati finanziari mondiali è stato dominato da due eventi dirompenti, in larga misura non dipendenti tra loro: gli effetti sulle quotazioni del petrolio e sui listini azionari di tutto il mondo della guerra in corso tra Stati Uniti-Israele e Iran; il crollo delle quotazioni di alcuni giganti globali del private credit per le ripercussioni che potrebbero subire a causa dell’ Ai generativa, per  via degli ingenti finanziamenti (ora a rischio) accordati al settore del software.

Ecco i dati. La guerra in Iran e, soprattutto, il blocco dello stretto di Hormuz – vi transita il 20% del petrolio mondiale – hanno avuto immediate ripercussioni sulle borse mondiali – quelle europee sono scese tra il 3 ed il 4 per cento – e sul mercato petrolifero dove il brent ha chiuso ieri a $81 al barile, ai massimi dal 2024, e il prezzo del gas è addirittura raddoppiato in due sedute (€60 per Megawattora al Ttf). Il fattore tempo sembra decisivo. Se la guerra si concluderà in poche settimane questi effetti potranno essere riassorbiti con relativa rapidità. Ma se invece dovesse durare a lungo le conseguenze su inflazione e, di conseguenza, sui tassi d’interesse, proietterebbero ombre scure sulle prospettive dell’economia globale. Ben ne è consapevole il presidente Usa Donald Trump secondo cui le operazioni militari (aeree e navali) si concluderanno in poche settimane. Ma chi inizia una guerra è sempre convinto di un blitzkrieg salvo poi doversi ricredere. Recentemente ha dovuto convenirne anche la Russia, giunta al suo quarto anno nella sua aggressione all’Ucraina.

E veniamo agli effetti disruptive dell’AI che iniziano a mettere sotto pressione i giganti del private credit. Blue Owl Capital – ha ricordato ieri un lungo articolo del Wall StreetJournal – ha perso in un anno $24 miliardi del suo valore di Borsa ed ora le sue quotazioni sono scese al di sotto del prezzo dell’Ipo. Ieri si sono aggiunte anche le difficolta di Blackstone – una delle perle del mondo private – che ha comunicato riscatti anomali nel suo principale fondo di credito, il BCRED. Nell’ultimo trimestre sono giunte richieste di riscatti per $ 3,8 miliardi, pari al 7,9% degli asset in gestione. Le difficoltà sono legate ai generosi finanziamenti che i fondi di private debt Usa hanno accordato in questi anni alle aziende di software. Era un settore che sembrava avviato verso un radioso futuro. Poi è arrivata l’Ai generativa e si è capito che i programmi informatici di base possono essere scritti in automatico con l’aiuto della nuova tecnologia. Le quotazioni delle software house ne hanno immediatamente risentito.

I finanziamenti del mondo private Usa, molto cresciuti negli ultimi anni, hanno utilizzato a fondo il contesto favorevole dei bassi tassi d’interesse e delle ampie disponibilità di capitali pronti ad essere impiegati nelle casse alternative. C’è un altro aspetto che sta pesando nelle attuali difficoltà, l’ampia presenza di investitori individuali – quelli con i patrimoni più ingenti, i cosiddetti HNWI (High Net Worth Individuals – tra i clienti dei fondi private. Circa il 40% dei 307 miliardi di dollari di asset in gestione di Blue Owl Capital proviene da privati. Nel caso di Blackstone il 24% degli 1,27 trilioni di dollari di asset in gestione è fornito da individui facoltosi. I clienti individuali sono stati attirati con la promessa di facili guadagni e di poter disinvestire a richiesta in quelli che venivano decantati come fondi evergreen. Ma quando viene superata una soglia che quelle strutture detengono in liquidità (a disposizione proprio dei riscatti), la “corsa agli sportelli” può rivelarsi rovinosa e “sistemica”. Curiosamente anche l’Europa ha recentemente copiato il modello Usa ed ora anche la nuova direttiva Eltif consente la commercializzazione di fondi evergreen nel continente.

Il problema sta nel fatto che gli investitori individuali sono più nervosi di quelli istituzionali e reagiscono rapidamente ad ogni avvisaglia di pericolo chiedendo ai gestori il rimborso delle loro quote. Ciò che aumenta l’instabilità delle società di private debt, almeno di quelle che seguono il modello Usa ed hanno investito nelle società di software. Il discorso è ovviamente diverso – è il dato prevalente, ad esempio, in Italia – per chi ha finanziato non a leva PMI tradizionali scegliendo come interlocutori una platea di “pazienti” investitori istituzionali.

Si diceva che effetti della guerra e andamento del settore private sono fenomeni indipendenti l’uno dall’altro. Ma “contaminazioni” non possono essere escluse. Se le conseguenze della guerra dovessero comportare effetti permanenti sull’inflazione e la struttura dei tassi, questo potrebbe comportare un aumento dei default per le aziende finanziate con generosità dai fondi private Usa in questi anni. E gli stessi gestori potrebbero entrare in fibrillazione se avessero finanziato a leva la propria crescita. Sarebbe lo scenario peggiore in cui gli aspetti disruptive finirebbero per sommarsi.

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