Il successo delle composizioni negoziate e l’ambiguità positiva del verbo comprendere

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Prevenire, si potrebbe dire, è meglio che fallire. È questa semplice verità che sta decretando il successo della composizione negoziata della crisi. Cioè del nuovo strumento pensato dal legislatore, introdotto nel codice della crisi, per cogliere anzitempo i segnali di dissesto aziendale e avviare una procedura in grado di far ripartire un’impresa su basi nuove. Un’ulteriore conferma viene dalla quarta edizione dell’Osservatorio Unioncamere sulla crisi d’impresa, diffuso nei giorni scorsi.

Quel report ci dice che l’insieme delle procedure di crisi aperte nel 2025, 13.470 in tutto, ha registrato un incremento del 15,5% sull’anno precedente. Ma, in aggiunta, ci dice anche che le composizioni negoziate hanno fatto segnare un autentico balzo in avanti del 69,5% rispetto al 2024. Se allarghiamo il confronto al primo anno di avvio della nuova normativa, le procedure aperte per composizione negoziata sono passate dalle 499 del 2022 alle 1.776 del 2025. Certo, è poi necessario sottoporre quei tentativi di salvezza alla «prova del nove», verificare quanti si concludono con un successo. Di questo esito, che appare comunque in crescita stando alle conclusioni di altri centri studi, l’osservatorio di Unioncamere non si occupa.

Quel documento, piuttosto, segnala una correlazione stringente tra ricorso alla composizione negoziata e dimensione d’impresa. Nell’anno passato il valore medio della produzione delle aziende che hanno presentato quelle istanze ha superato i €16 milioni. Ciascuna impresa aveva in media 40 addetti. Sul fronte opposto le procedure che attestano la morte delle imprese, cioè le liquidazioni giudiziali (quasi 10mila istanze presentate nel 2025, +7,25%), sono quelle cui fanno ricorso – sottolinea il report – le «imprese più fragili e meno strutturate». Quelle con, in media, un valore della produzione di €3 milioni e otto dipendenti. Come vanno interpretati questi dati?

Cominciamo con il dire che dichiarare uno stato di difficoltà incombente, il primo passo per l’avvio di una composizione negoziata, rappresenta un atto particolarmente impegnativo da parte di un’azienda. Spesso le sue difficoltà non sono perfettamente comprese dal mercato e l’imprenditore, nell’incamminarsi verso quella strada, può avere il timore di vedere accelerare la sua crisi. Se comunque decide di rendere espliciti i suoi problemi è perché ritiene di avere buone possibilità di risolverli e di incontrare risposte positive tra i suoi interlocutori. In questo rilevano le caratteristiche connesse alla dimensione d’impresa. Le aziende medio-grandi hanno una struttura di corporate governance più articolata, possono contare su rapporti di lungo periodo con le banche, hanno una platea diffusa di fornitori, creditori e clienti. Tutti soggetti che hanno interesse a che un’azienda mantenga la continuità aziendale, che non vada a gambe all’aria, e, quindi, ad accettare un taglio delle proprie pretese in vista di una maggiore solidità aziendale nel lungo periodo. Le piccole imprese che avviano le procedure di liquidazione giudiziale, prevalentemente attive nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, non hanno relazioni così ramificate con il tessuto sociale circostante. E manca, dunque, un incentivo soggettivo importante nel «mettere in piazza» anzitempo i propri guai.

Anche da parte degli interlocutori dell’impresa l’avvio di una composizione negoziata rappresenta un passo importante. È in qualche modo una sfida. Quei soggetti acquisiscono un livello maggiore di trasparenza sulla crisi aziendale e utilizzano il più preciso set informativo per ricercare una soluzione positiva. Una dinamica che in qualche modo ha a che vedere con l’ambiguità positiva del verbo comprendere, che significa capire ma anche accettare.

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