«In God we trust» è scritto in tutte le monete statunitensi e quel «in Dio confidiamo» suona solenne. In realtà, per molti decenni gli investitori di tutto il mondo, Stati compresi, hanno confidato in qualcosa di più profano, precisamente nel dollaro. Ancora nel 2026 le banche centrali del pianeta detenevano come valuta di riserva biglietti verdi per la rispettabile cifra di $7.490 miliardi, pari al 57% delle riserve valutarie mondiali.
Il dollaro statunitense domina poi il sistema finanziario globale, rappresentando circa l’88-90% delle transazioni in valuta estera e oltre l’80% del finanziamento del commercio internazionale secondo i dati SWIFT. Questa straordinaria supremazia si fonda sulla fiducia nella solidità di quella moneta, sulla sua capacità di rappresentare un ancoraggio stabile per l’economia mondiale.
È ben riposta, la fiducia? Due recenti report, del Fondo monetario Internazionale e dell’Institute of International Finance (IIF), qualche interrogativo lo suscitano. Il Global Debt Monitor diffuso il 24 settembre scorso dall’IIF ha calcolato che il debito mondiale è arrivato alla stratosferica cifra di $365mila miliardi e, di questi, $110mila miliardi sono quelli detenuti dagli Stati (+7,4% annuo). Ad essere maggiormente indebitati non sono i Paesi del terzo mondo, cui vanno soltanto le briciole dei crediti mondiali, ma le grandi nazioni (Stati Uniti in testa) proprio per la loro credibilità nel rispettare le proprie obbligazioni.
Qualche giorno prima, il report annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) segnalava lo stesso trend, ma da una prospettiva diversa. Il grande ammontare del debito mondiale che deve essere rifinanziato, assieme alle crescenti tensioni geopolitiche che ben conosciamo, hanno fatto sì che «i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine sono aumentati e sono diventati più volatili. In soli tre anni la spesa per interessi è cresciuta di quasi la metà, passando da circa il 2% a quasi il 3% del Pil globale».
Come per il riscaldamento del pianeta, l’aumento di un grado nella temperatura del mondo (o di un punto percentuale del Pil nel pagamento degli interessi) sembra impercettibile, ma può produrre effetti catastrofici. Nel caso specifico – ha sottolineato il FMI – sono «migliaia di miliardi di dollari a livello mondiale che non possono essere investiti in istruzione, infrastrutture o altre priorità urgenti».
Sul banco degli accusati ci sono soprattutto gli Usa, il cui rapporto debito/Pil è raddoppiato dal 65% del 2017 al 124% del 2025. In mezzo c’è stato il Covid e, in quel periodo, i governi di tutto il mondo hanno messo mano al portafoglio (e ai debiti) per evitare crisi generalizzate di imprese e sostenere il reddito dei cittadini in difficoltà. Dopo la pandemia, però, i Paesi più virtuosi – per una volta l’Italia è tra questi – sono tornati nella retta via. Ma non gli Stati Uniti, con i mega-piani di spesa di Donald Trump. Ultimo della serie: i 5mila dollari di «mancia elettorale» promessi a tutti i cittadini americani dopo le elezioni di mid-term.
Solo quelli costerebbero all’erario Usa 1.300 miliardi di dollari. Fatto sta che il debito pubblico ha superato negli Usa i $40mila miliardi, sui quali già quest’anno il Tesoro dovrà pagare mille miliardi di interessi, che supereranno i 2.500 miliardi entro la fine del decennio secondo il bi-partisan Ufficio del bilancio americano. Il rapporto deficit-Pil, attualmente pari al 5,8%, viaggia spedito verso il 7 per cento.
È sostenibile? La risposta è scontata: no! Il trend rende nervosi gli investitori, i cui investimenti in dollari si stanno orientando verso le scadenze più corte, nonostante il rendimento dei T-bond decennali abbia superato il rispettabile livello del 5 per cento. La pazienza dei fund manager non è infinita. Se le banche centrali dei diversi Paesi decidessero di ridurre sensibilmente la quota di dollari nelle loro riserve e se le transazioni commerciali si orientassero verso altre valute per essere eseguite, assisteremmo ad uno smottamento della finanza mondiale che ricorderebbe il crollo dei ghiacciai in Tibet. E a quel punto, effettivamente, non ci rimarrebbe altro che esclamare: «In God we trust»!
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