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Export, 20mila imprese italiane pronte a entrare nei mercati esteri

Le aziende esportatrici hanno una produttività del lavoro superiore del 20% e investono di più in innovazione e competenze. I servizi camerali favoriscono l’avvio dell’attività internazionale

Sono circa 20mila le imprese italiane che potrebbero avviare o sviluppare un’attività sui mercati esteri. Lo rileva l’indagine 2026 di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, condotta su 4.500 aziende e presentata a Roma durante l’Assemblea dei presidenti delle Camere di commercio.

Secondo lo studio, le imprese esportatrici registrano una produttività del lavoro superiore di circa il 20% rispetto a quelle che operano soltanto in Italia. Mostrano anche maggiori aspettative di crescita: un’azienda su tre prevede un aumento del fatturato nel 2027, contro il 22% delle non esportatrici.

Il vantaggio si riflette sugli investimenti. Nel triennio 2026-2028, il 43% delle imprese esportatrici prevede spese in ricerca e sviluppo, contro il 16% delle altre aziende. Anche la formazione del personale e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sono più diffusi tra chi vende all’estero. Il potenziale di espansione è relativamente maggiore nel Mezzogiorno, dove Unioncamere individua 21 imprese potenzialmente esportatrici ogni 100 aziende già attive sui mercati internazionali, contro 13 nel Centro-Nord.

Per favorire l’ingresso di nuove aziende sui mercati esteri, Unioncamere ha avviato un accordo con il Ministero degli Affari Esteri. Come ha spiegato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, «l’intesa punta a individuare le circa 20mila imprese che hanno le caratteristiche per esportare», ma non sono ancora presenti sui mercati internazionali, e ad accompagnarle nel percorso di internazionalizzazione, facilitando l’accesso a nuovi Paesi.

L’indagine rileva anche l’effetto dei servizi camerali: tra il 2020 e il 2024, le imprese che ne hanno usufruito hanno registrato una probabilità superiore del 41,4% di iniziare a esportare. Il valore delle loro esportazioni è stato più alto del 21,8%, con un contributo aggiuntivo stimato tra 600 e 800 milioni di euro. Per le imprese meridionali, l’impatto sul valore dell’export ha raggiunto il 65,3%.

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